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Referendum costituzionale, Anpi invita a votare no

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Referendum costituzionale, Anpi invita a votare no

Fuori provincia - Domenica e lunedì mattina siamo chiamati alle urne per un referendum costituzionale che stabilirà il numero dei seggi disponibili affinché si possa espletare, attraverso la rappresentanza, la sovranità appartenente al popolo. Ci viene richiesto se vogliamo ridurre tali seggi da 630 a 400 alla Camera, e da 315 a 200 al Senato. Sebbene sia comprensibile il malcontento provocato da una classe politica giudicata incapace e corrotta, è controproducente individuare e colpire come responsabili gli spazi di rappresentanza democratica, in vece di chi li ha poco degnamente occupati. La teoria per cui il taglio creerebbe una scrematura virtuosa sulla classe dirigente è tutta da dimostrare. È più prevedibile il contrario. I responsabili di partito, in sede di redazione delle liste elettorali, sono soliti collocare nei collegi sicuri il notabilato fedele al partito; solo in seconda battuta riservano posti residui per le figure più critiche, più preparate, più indipendenti. Essendo tali persone, di norma, molto meno di un terzo degli eletti, sarebbero queste ad essere tagliate, non la vituperata “casta”. Si confuta così uno dei motivi principali di questo taglio, perché rafforzerebbe ancora di più chi utilizza le istituzioni per fini personali e partitici.

Stabilire un numero congruo per la rappresentanza popolare è impresa ardua, dipendendo da diversi fattori quali l'impianto istituzionale di uno Stato, la conformazione geografica e storico- politica di un Paese, le funzionalità del potere legislativo e la capacità di controllo del potere esecutivo, l'interazione fra rappresentati e rappresentanti. A conclusione di lungo e documentato dibattito, l'Assemblea Costituente giudicò adeguato assegnare un deputato ogni
80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000 abitanti (nessuna Regione poteva avere meno di 6 senatori, alla Valle d'Aosta ne veniva assegnato uno); in un'Italia allora popolata da 46.210.000 persone, ciò significò la nascita del primo Parlamento repubblicano con 574 deputati e 237 senatori. Dato l'incremento della popolazione, il numero dei parlamentari aumentò di conseguenza, fino al 1963 (51.060.100), allorquando il ceto politico dell'epoca, con legge
costituzionale, bloccò il numero a 630 deputati e 315 senatori. Sempre con legge costituzionale, nello stesso anno venne istituita la Regione del Molise, cui fu attribuito un minimo di 2 senatori, confermato 1 seggio per la Valle d'Aosta, e stabilito il minimo di 7 senatori per le altre Regioni. Perciò, secondo i criteri costituenti, con 60.244.639 di abitanti, oggi dovremmo avere 753 deputati e 301 senatori; quindi 1054 parlamentari, anziché 945. Invece, in virtù del limite
imposto nel 1963, abbiamo un deputato ogni 96.006 abitanti e un senatore ogni 188.424 abitanti. Col taglio dei seggi che ci viene proposto, tale rapporto aumenterebbe a 151.210 abitanti per deputato (quasi il doppio degli 80.000 stabiliti dai costituenti) e 302.420 abitanti per senatore, con notevoli discrepanze tra una Regione e l'altra.

Sì perché questa modifica, in un comma poco dibattuto, ci chiede anche di dotare ogni Regione o Provincia Autonoma (Trento e Bolzano) di un numero minimo di 3 seggi senatoriali, assicurando così al Trentino-Alto Adige (1.029.474 abitanti) 6 senatori, più di quelli assegnati a Regioni più popolose. Oltre allo squilibrio nella rappresentanza territoriale (171.579 abitanti per senatore in Trentino-Alto Adige, 327.872 in Sardegna), sarebbe impossibile, per minoranze
anche consistenti, eleggere senatori in Friuli-Venezia Giulia (1.220.288, 4 seggi), Liguria (1.570.690, 5 seggi), Marche (1.541.315, 5 seggi), Umbria (884.268, 3 seggi), Abruzzo (1.307.308, 4 seggi), Basilicata (578.034, 3 seggi), Calabria (1.959.048, 6 seggi), Sardegna (1.639.360, 5 seggi); ciò perché in queste Regioni (da 6 seggi in giù) il taglio comporterebbe uno sbarramento di fatto dal 15% in su, indipendentemente dal sistema elettorale. A una diminuzione di seggi corrispondono collegi più ampi, maggior potere per chi esercita la rappresentanza, e minore capacità di influenzare l'eletto per i rappresentati. Allo stesso tempo, diminuendo il potere di controllo dei cittadini, aumenterebbe la forza di ogni singolo parlamentare: oggi il voto di un deputato (1 su 630) vale lo 0,16% della volontà della Camera di
appartenenza, il voto di un senatore lo 0,31% (1 su 321); con la modifica, il valore di ogni deputato salirebbe allo 0,25% e quello di un senatore allo 0,49%. Così, 6 senatori a vita varrebbero una formazione del 3%, mentre, a causa del taglio, nessun sistema elettorale (neppure il proporzionale) consentirebbe a cittadini che votassero una lista del 3% di essere
rappresentati in quell'Aula (questo perché il Senato si elegge su base regionale, e nessuna Regione avrebbe un numero di seggi tale, da poterne assegnare a liste così piccole).

Riducendo, poi, i numeri delle Camere, per cambiare (tutta) la Costituzione senza sottoporsi al giudizio dei cittadini, basterebbero 267 deputati e 134 senatori, essendo sufficienti 2/3 dei membri di ogni Aula nell'ultima votazione (art.138). La revisione è anche presentata come necessità per elevare l'efficienza delle Camere, laddove il rallentamento dell'iter legislativo dipende da veti, personalismi, inconciliabilità programmatiche e scarsa attitudine alla mediazione, elementi che non sarebbero scalfiti dal taglio. Di contro, la diminuzione dei parlamentari potrebbe comportare criticità nel funzionamento delle Assemblee, soprattutto in relazione alla composizione delle Commissioni, dove sarebbe a rischio, specialmente al Senato, la rappresentanza proporzionale dei gruppi. La Costituzione divide e riequilibra i poteri dello Stato distribuendo pesi e contrappesi; quando ci viene proposto di appesantire o ridimensionare un potere, dovremmo verificare se è previsto simultaneamente il contrappeso che permetta di rimanere in equilibrio. Non danno questa garanzia né i preannunciati correttivi legati al patto di una maggioranza governativa, né un'ipotetica buona legge elettorale, modificabile in qualsiasi momento da qualsiasi maggioranza, in quanto legge ordinaria. Non si cambia la Costituzione per risparmiare. Non si cambia la Costituzione per punire i politici. Non si cambia la Costituzione auspicando correttivi. Non si cambia la Costituzione tanto per fare qualcosa. Non si cambia la Costituzione per l'incapacità di attuarla.

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