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"In quaranta su un gommone, salvi grazie a una telefonata in Olanda"

La famiglia Oksan, siriani rifugiati in Italia, si è raccontata stamani a Lerici alla 'Giornata della pace'.

"Seminiamo amore contro la guerra"
"In quaranta su un gommone, salvi grazie a una telefonata in Olanda"

Golfo dei Poeti - Tanta commozione e domande a raffica delle scolaresche stamani a Lerici per l'incontro con la famiglia Oksan, rifugiati siriani di religione cristiana che vivono nella zona di Bergamo. Il primo a lasciare la Siria martoriata dalla guerra tra l'esercito governativo e i gruppi terroristi islamici è stato il capofamiglia Shadi, nel 2015, raggiunto nel 2017 dalla moglie Mirna, dai figlioletti Mesh e Natalie. E da due giorni è in Italia anche Nur, sorella di Mirna. Stamattina erano tutti in sala consiliare, ospiti della 'Giornata della pace', appuntamento ormai tradizionale di cui è grande animatrice la consigliera Manuela Mussi, che ha introdotto l'iniziativa assieme al sindaco Leonardo Paoletti. “Il nostro Paese viveva in pace e nella nostra città Aleppo, polo industriale, la gente stava bene e nessuno credeva potesse arrivare la guerra. Tra vittime e rifugiati, ha portato la popolazione siriana da 23 a 12 milioni”, ha esordito Shadi.

Un inferno, il conflitto siriano, fatto di “missili capaci di cancellare venti strade in una notte, con tutti i palazzi”, di fughe sotto le pallottole, di penuria costante di risorse e servizi, di depredazioni, di razzi sparati al suono della campanella di fine lezioni, per fare strage di genitori e bambini. Una guerra che ha lasciato senza niente tante famiglie, come gli Oksan, professionisti benestanti prima dell'inizio della violenza. “Non c'era acqua corrente, non c'era energia elettrica, un chilo di pomodori costava 500 euro e sulla nostra città cadevano anche cinquanta missili al giorno”, ha detto ancora Shadi, la cui famiglia ha potuto contare su pochi appigli (uno di questi è stato il sodalizio cristiano dei Maristi blu). Toccante il racconto del lungo viaggio verso la salvezza del capofamiglia: prima l'arrivo alla frontiera libanese, l'unica rimasta aperta, poi un accidentato viaggio in nave fino in Turchia, qui una serie di rischiose peripezie via terra, infine la partenza via mare per la Grecia. “Eravamo in quaranta in un gommone – ha raccontato -, stavamo annegando. Ci siamo salvati perché uno di noi ha telefonato al fidanzato in Olanda il quale a sua volta ha allertato la polizia greca e dopo cinque ore ci hanno recuperati”. Poi Shadi ha raggiunto in aereo l'Italia, dove aveva qualche contatto, e ha cominciato a lavorare in una pizzeria.

“Il dolore più forte – ha proseguito – pensavamo fosse la morte, invece nel corso della guerra abbiamo capito che c'è un dolore più grande: quello per le persone disperse, di cui non si conosce il destino. Per una madre è terribile non avere il proprio figlio e non sapere se è vivo o morto. La guerra passa, ma è difficile toglierla dalle persone che l'hanno vissuta... pensiamo ai bambini nati e cresciuti circondati da sangue e odio. Quel che serve è solidarietà, è dialogo, è fraternità. Chi scappa ha bisogno di aiuto, non solo materiale: occorrono accoglienza e affetto. Per dare pace dobbiamo seminare amore”. Un toccante pensiero l'ha lasciato anche Mirna, che parla un italiano meno fluente del marito, ma già ottimo: “Lasciare il tuo paese è difficile, ma quando inizia la guerra, quando vedi ammazzare, quando capisci che per i tuoi bambini non ci sono speranza e futuro, decidi di lasciare”.

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