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"Riprendersi le scuole. Contro precarietà, tagli e dequalificazione"

Lettera dell'insegnate e ricercatore spezzino Emanuele De Luca.

"Riprendersi le scuole. Contro precarietà, tagli e dequalificazione"

- E' notizia di oggi che più di 40.000 insegnanti andranno in pensione grazie alla nota "quota 100" voluta da questo Governo. Bene, potrebbe commentare qualcuno, tutti contenti per il traguardo raggiunto e posti liberi per giovani docenti. Peccato, però, che nemmeno 1 euro sia stato stanziato per sostituirli. Già, perché nella scuola pubblica, per quanto profondo si tagli, le classi si devono formare lo stesso e una riforma che destina fondi per prepensionare ha la necessità di investire per coprire quei ruoli vacanti con nuovi posti di ruolo. Dunque un doppio investimento da sostenere che incide sul bilancio dello Stato in modo considerevole. Qui, però, interviene la collaudata "magia": nessuna assunzione di ruolo - il settore evidentemente non è considerato strategico per il paese - ma si ricorrerà ancora a docenti precari, arrivati a 170.000, un quinto del totale. Si tratta di contratti che incidono molto meno sul bilancio ma che ingolfano un settore già allo stremo, con graduatorie di terza fascia esaurite da tempo, e non ancora rinnovate, da sommare ad agognati concorsi che, però, non servono a nulla se non si stabilizzano gli storici vincitori ancora precari. In generale la spesa per l'istruzione si riduce di 4 miliardi, cioè circa il 10 % in tre anni. Numeri enormi che toccano in particolar modo il sostegno, tagliato di circa 1.5 miliardi.

Non è necessario bazzicare le scuole per comprendere quanto sia grave e pericolosa la situazione, oltre l'indecente e il degradante: chiamate affannate dei presidi-manager per assumere chiunque sia disponibile (abilitato o meno); cattedre e classi diventate porte girevoli, con studenti che cambiano insegnante ogni anno senza che venga assicurata alcuna continuità formativa; nessun percorso chiaro, nessuna stabilizzazione per non intaccare le finanziarie dei governi, impegnati ad esaudire le diverse promesse elettorali - come prepensionamenti, redditi sconclusionati, flat tax, "sblocca-cantieri" - senza alcuna coerenza e visione a medio-lungo periodo.

Le scuole pubbliche appaiono così sovrapponibili alla sanità: capisaldi insostituibili dello stato sociale divenuti spese da ridurre sempre di più, settori che paiono colabrodi a cui mettere toppe sempre più grandi quanto fragili, nella speranza che comunque "reggano" e che, semmai, la bomba scoppi in mano al prossimo governo. Come le università, gli istituiti scolastici fungono da veri e propri laboratori neoliberali, dove individualizzazione, precarietà e tagli sistematici diventano la cifra da sottrarre ai bilanci, come se la formazione possa essere trattata alla stregua di una qualsiasi merce.
E' una strada che non può che portare al disastro, il primo luogo alla perdita di legittimità, del ruolo della scuola pubblica e di chi ci lavora nell'architettura sociale. Uno sfaldamento che è già in atto da tempo ma che non produce indignazione collettiva, scioperi, manifestazioni, rivendicazioni che vadano oltre la mera sfera individuale, di chi è disposto ogni anno a mettersi a disposizione pur di inseguire il sogno di insegnare. Tutti rimangono alla porta, in attesa che qualche briciola venga elargita, di un'occasione da cogliere al volo, una supplenza più lunga possibile; nel frattempo si riempie il curriculum di costosissimi corsi e master e si arrotonda con qualche lezione privata.

Tradurre questi sogni, queste speranze, questi desideri in potenza collettiva è senza dubbio una sfida davvero complessa ma anche l'unica possibilità che rimane per non consegnarci alla deriva in atto e riprendere il mano il nostro futuro e quello dell'istruzione pubblica.

Emanuele De Luca
storico, ricercatore e insegnante precario

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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