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La "casa" della Franca

ricordi degli anni '40
La "casa" della Franca

- Anch'io della Colombaia ho un ricordo che non riguarda solo i piccioni viaggiatori, bensì una ragazzina (forse una bambina sulla soglia dell'adolescenza) di nome Franca. La ricordo molto magra e bellissima, con grandi occhi celesti e col viso sempre molto sporco in mezzo ai lisci capelli biondi. Abitava in un luogo improprio, dove un tempo erano ricoverati i piccioni della Marina.
Erano gli ultimi anni quaranta: tempi di grande miseria e di penuria di alloggi, con molte case bombardate. A Pegazzano ricordo baracche di legno e lamiere ondulate per tetto. Al Cantiere - dove ero nato - ve ne erano due. Una assai piccola faceva da dimora ad un povero vecchio (Ennio) che poi vi morì bruciato nel rogo di quel manufatto. In un'altra, più grande e con finestre, ospitava una famiglia molto numerosa (tutti comunisti) e laboriosissima. Uno dei vari figli è ora un noto imprenditore spezzino che nella sua azienda occupa anche vari zii e nipoti.

Sotto la Colombaia, oltre la ferrovia, vi era un agglomerato fatiscente di casupole in muratura: era ciò che rimaneva del vecchio e dismesso Lazzaretto della città. lì poi fecero il sussidiario, un campo da pallone, e ora ospita i bus delle squadre che affrontano lo Spezia. Ricordo alcuni miei amici o compagni di classe che lì vivevano in condizioni di estrema precarietà e grave disagio. Uno di loro aveva manomesso una bomba a mano ritrovata chissà dove. L'esplosione l'aveva gravemente menomato con la perdita di un occhio e di molte dita delle mani. La "casa" della Franca era invece parte integrante del muraglione di cinta della città nel suo tratto tra Pegazzano e i Buggi che lì era adiacente alla Colombaia. Saliva verso il faro per poi scendere a delimitare Pegazzano per poi procedere verso Rebocco e la Chiappa e oltre. Il tratto di muraglione "abitato" da quella ragazzina e dalla sua famiglia era una sporgenza del muro di cinta subito sotto il faro rivolta verso la Colombaia. Si accedeva all'interno in un locale senza altre aperture tranne la porta. Vi avevano "arrangiato" un focolare a mò di cucina. Per accedere ai due locali soprastanti si saliva su due scale di legno (quelle usate per andare sugli alberi) appoggiate al muro in corrispondenza delle aperture presenti nel pavimento.

Erano locali bassi e piuttosto piccoli. Non vi erano finestre , ma solo aperture orizzontali e profonde non più alte di una quarantina di centimetri. Ricordo che Franca mi desse che non erano feritoie da cui sparare ma il pertugio da cui uscivano ed entravano i colombi della Marina. In quel trilocale verticale non vi era alcun servizio, nè igienico né luce o acqua. Era la Dèpendence dei piccioni viaggiatori altrimenti allocati alla Colombaia. Alla fine o subito dopo la guerra vi aveva trovato rifugio una povera famiglia di disperati. Fu mia madre che insegnò alla Franchina (o permise di farlo a casa nostra) a lavarsi quotidianamente. Dopodiché era ancora più bella. Fine della storia e di un mio caro ricordo infantile.

Sandro Bertagna
già sindaco della Spezia

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