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Lettera: "Più trasparenza e chiarezza sui dati. Si prenda esempio dalla Toscana"

Lettera: "Più trasparenza e chiarezza sui dati. Si prenda esempio dalla Toscana"

- L’anno scorso andai al Sant’Andrea accompagnato da mia madre per una piccola operazione chirurgica. Ricordo i discorsi tra lei e una sua collega di vecchia data mentre eravamo in sala d’aspetto: il personale ridotto all’osso dai tagli, con poco ricambio di giovani neoassunti e il lavoro burocratizzato e ridotto all’essenziale fatto da prelievi, somministrazione di medicine ma meno tempo rispetto a prima per instaurare un rapporto umano con pazienti e colleghi.
L’Ordine degli Infermieri spezzino aveva già denunciato l’età media elevata e la carenza di organico in corsia ad esempio nel Novembre 2019 con la campagna ‘Infermiere in via d’estinzione’. Queste problematiche sono precipitate con l’epidemia di coronavirus ma non è questo il momento di polemizzare, semmai quello di criticare sinteticamente e costruttivamente. Ecco quindi alcuni spunti che potrebbero essere utili:

Nella nostra provincia i dati, anche quelli più basilari, sono di difficile reperimento e confusionari.
Il ‘minimo sindacale’ sarebbe fornire:
1) il numero dei positivi
2) il numero dei tamponi effettuati
3) il numero dei deceduti
4) il numero di terapie intensive disponibili (e se è stato organizzato un servizio lacrosse nel caso il Sant’Andrea e il San Bartolomeo dovessero saturarsi)
5) Quante sono le persone in isolamento domiciliare?
6) Quante persone all’interno del personale sono state contagiate?
7) Quanti sono i guariti?
8) Quanti sono i deceduti nei mesi di febbraio e marzo rispetto al 2019?

La Regione Toscana pubblica quotidianamente sul suo sito internet e sulla pagina Facebook un resoconto (in tabella, non in prosa) più chiaro e dettagliato di quello della Regione Liguria. Possono fare lo stesso Regione Liguria e ASL5 o il Comune per quanto riguarda la provincia? Conoscere questi dati è un diritto dei cittadini ed è un prerequisito fondamentale per poter affrontare qualsiasi discorso politico ed impostare politiche pubbliche per fronteggiare l’epidemia.

Nonostante il diritto alla salute sia sancito dalla Costituzione all’articolo 32, essendo la competenza regionale ci sono de facto delle grosse disuguaglianze tra gli abitanti delle regioni più ricche e più povere e c’è stata una varietà di approcci alla gestione dell’epidemia di coronavirus.
Due modelli diversi sono stati quello di Lombardia e Veneto. In Lombardia si sono ospedalizzati in percentuali molti più pazienti rispetto al Veneto dove i casi meno gravi sono stati curati a casa. L’Italia si è trovata sprovvista di una cultura epidemiologica e sta imparando, come diceva Popper, per tentativi ed errori ad affrontare l’epidemia. Nell’ultima settimana si è andato creando un consenso attorno al metodo della sorveglianza attiva e dei tamponi ai contatti avuti dal contagiato.
Una lettera di alcuni medici bergamaschi inviata al New England Journal of Medicine solleva alcuni punti cruciali, scrivono i medici: “Stiamo imparando che gli ospedali potrebbero essere i primi vettori del virus che si trasmette dai pazienti contagiati a quelli ricoverati per altri motivi […] I pazienti sono trasportati sulle ambulanze che diventano insieme al personale vettore di contagio. Il personale sanitario asintomatico diventa vettore di contagio […] Le cure a casa, la telemedicina possono evitare movimenti non necessari e allentare un po’ la pressione sugli ospedali. […] Terapie dell’ossigeno a casa, saturimetri possono essere portati nelle case delle persone, instaurando un sistema capillare di sorveglianza attiva”.

Un dato ormai tristemente noto è quello dell’alto numero di contagi tra medici e infermieri. In Piemonte ai medici di base viene fatto il tampone periodicamente, a Marsiglia addirittura medici e infermieri di un intero reparto sono stati messi in quarantena dopo un solo caso di contagio e vengono fatti rientrare soltanto dopo esser risultati negativi a due tamponi consecutivi. A Spezia non conosciamo il numero di infermieri e medici contagiati e non viene fatto il tampone al personale a meno che non accusi sintomi. Potenzialmente quindi tra il personale potrebbero esserci positivi asintomatici che stanno in contatto con soggetti fragili. Nell’interesse di lavoratori e pazienti è necessario far sapere il numero di medici e infermieri positivi e sapere quali misure di protezione sono state adottate per loro e per i medici di base.
Quale strategia si sta seguendo in Liguria e a Spezia? C’è un piano per separare il percorso dei pazienti covid dai non covid come stanno facendo in tutta Italia? C’è un piano di assunzioni? Magari un piano chiaro c’è, ma allora va comunicato alla cittadinanza.

La lettera dei medici bergamaschi al New England Journal of Medicine si conclude dicendo che quest’epidemia è una crisi umanitaria e di conseguenza non bastano i medici ma serve una visione più ampia, la collaborazione di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica etc.
In città abbiamo già visto lo slancio generoso della raccolta fondi DemoseNaMan e i lampi di genio degli ingegneri di Superfici e Incastrodesign che hanno contribuito alla stampa 3D di alcuni connettori per i respiratori dell’ospedale di Brescia, ma serve uno sforzo collettivo.
Il sindaco e l’ASL5 potrebbero chiedere un contributo economico da alcune importanti realtà del tessuto industriale spezzino come Leonardo e Fincantieri ma un aiuto decisivo potrebbero forse darlo gli attori legati al mondo della logistica portuale, con il loro know-how e la loro trama di relazioni commerciali. Il nostro porto è infatti uno scalo della compagnia cinese COSCO che ha già donato ad esempio a Genova un carico di mascherine FFP2, forse Contship, Tarros e spedizionieri potrebbero tentare di fare lo stesso a Spezia, o comunque attivarsi per reperire materiali nei mercati con cui hanno contatti.

LETTERA FIRMATA

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