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Ultimo aggiornamento: 22/09/2020 10:02:52 Sezioni 1795 di 1795

Errare è umano, perseverare è diabolico

di Giorgio Pagano

Errare è umano, perseverare è diabolico

- Economia circolare, economia verde, Green new deal… I nomi che si possono dare all’obiettivo, che è un processo già in atto in Italia e nel mondo, sono tanti. Io preferisco il nome “conversione ecologica dell’economia”, perché la conversione ecologica è sia oggettiva, quindi relativa al che cosa, come, per chi e dove produrre, sia soggettiva, quindi culturale e morale, relativa ai nostri comportamenti come persone. Chiamiamola come vogliamo, ma solamente questa “conversione” può farci uscire non solo dalla crisi ambientale e climatica ma anche dalla crisi economica ed occupazionale
I dati parlano chiaro, li ha forniti aggiornati, nei giorni scorsi, la Fondazione Symbula: 432 mila imprese italiane negli ultimi cinque anni hanno investito sull’economia verde. In Italia abbiamo 3,1 milioni di green jobs, il 13,4% degli occupati. Il 2019 è stato l’anno record per gli eco investimenti con il 21,5%, dato più alto degli ultimi dieci anni, corrispondente a un valore assoluto di quasi 300 mila imprese, di 7,2 punti superiore a quanto registrato nel 2011. L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100 mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali. E quant’altro si dovrebbe e potrebbe fare ancora!
ENEL sembra averlo capito e parla di “economia green” nella centrale di Vallegrande. Lo fa in modo molto fumoso: bene comunque, approfondirà ed approfondiremo. Peccato che aggiunga subito dopo: accanto al turbogas. Che non c’entra nulla con la “conversione ecologica”, anzi la contrasta. Una economia green accanto a un grande impianto, sia pure meno inquinante di quello attuale, nel cuore di un centro urbano? Ma via, mi meraviglio che ci sia chi ci caschi…
Eppure ci siamo già passati. L’inizio della costruzione della centrale a carbone di Vallegrande risale a sessant’anni fa. Cinquant’anni fa la centrale stava per entrare in funzione a pieno regime, e i lavoratori e i sindacati si battevano perché tutti coloro che l’avevano costruita fossero assunti in modo stabile dall’ENEL. L’obiettivo fu raggiunto grazie alla lotta dei lavoratori ed al fatto che l’Enel era stata nazionalizzata. Oggi sarebbe irraggiungibile, non solo perché non ci sono più i sindacati ed i partiti operai di una volta, ma anche perché non c’è più nemmeno l’Enel di una volta. C’è, al posto degli attori di allora, il dio mercato che impera su tutto.
Lavorando alla mia ricerca sugli anni Sessanta alla Spezia, ho scoperto che, nel corso di quella lotta, gli operai e i sindacalisti di allora, che pure non erano per nulla ambientalisti, avevano già capito tutto. Ecco che cosa affermavano nel 1969:
“La Centrale è sorta in dieci anni di lavoro, occupando una vasta e preziosa area nell’immediato retroterra del golfo. Ora gli operai che l’hanno costruita sarebbero di troppo. La città ha già fatto un grosso favore alla Centrale. Al suo posto ci sarebbero stati benissimo altri insediamenti industriali ad alto tasso occupazionale. Poiché gli impianti non si possono più demolire, almeno si cerchi di salvare la faccia non buttando a mare questi padri di famiglia”.
Sempre nel 1969 nasceva, tra gli abitanti delle Pianazze, il “Comitato di iniziativa contro l’inquinamento”. Anche loro, che erano ambientalisti ante litteram, avevano già capito tutto: denunciavano “la caduta di anidride solforosa dalle ciminiere”.
Cinquant’anni fa era naturale dire che “gli impianti non si possono più demolire”. Ma oggi la centrale è vecchia ed è da demolire. Come si può pensare di costruirne un’altra al suo posto?
Era già chiaro allora: la città si era illusa di risolvere con l’Enel il problema del futuro della sua economia, e cominciava a capirlo. Così come cominciava a capire il dramma che era piombato sulla sua salute.
Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Non ricaschiamoci.

Post scriptum: da oggi, e per tutto il 2019, le fotografie della rubrica saranno dedicate ad opere artistiche. Quelle di oggi sono fotografie dei murales dell’artista sudafricano William Kentridge nei muraglioni lungo il Tevere, a Roma.

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Roma, i murales di William Kentridge sui muraglioni del Tevere (2016) (foto Giorgio Pagano)


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