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Il nuovo faraone armato dall'Italia

di Giorgio Pagano

Il nuovo faraone armato dall'Italia

- In Piazza Tahrir, nel cuore del Cairo, tutto è cambiato. Non ci sono più le tende, gli assembramenti di giovani, i graffiti sui muri. Ci sono invece camionette, pattuglie, un centro della polizia per le persone fermate. La piazza simbolo delle primavere arabe non esiste più. Il presidente-normalizzatore al-Sisi, inoltre, l’ha ristrutturata, inserendovi un obelisco proveniente da un sito archeologico e quattro sfingi, trasportate dal tempio di Karnak, a Luxor, sito UNESCO. Il messaggio è chiaro: l’Egitto è governato da un nuovo faraone. Con grande preoccupazione degli archeologi: il tempio di Karnak è stato danneggiato, l’inquinamento del Cairo farà altrettanto con i reperti.
Intanto l’Egitto è uno dei Paesi africani più colpiti dal coronavirus, come ho raccontato nel libro “Africa e Covid-19 Storie da un continente in bilico”. L’Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU, preoccupato per il sovraffollamento delle prigioni, ha chiesto di liberare i giornalisti e i difensori dei diritti umani incarcerati. Ma al-Sisi non ha rilasciato nessuno, anzi ha fatto arrestare persone accusate di aver diffuso informazioni false, come un dottore e un farmacista, rei di aver denunciato la mancanza di mascherine attraverso video diffusi su Facebook.
Eppure l’Italia -il Paese di Giulio Regeni- sembra dimenticare che cosa è diventato l’Egitto.
Nei giorni scorsi diverse e autorevoli fonti di stampa hanno dato notizia di una commessa militare da parte dell’Egitto: 9 miliardi di euro, la più grande mai messa in piedi dall’industria italiana della difesa. Si tratta di due fregate Fremm attualmente in dotazione della Marina Militare italiana, di altre quattro navi e di venti pattugliatori, che potrebbero essere costruiti in cantieri egiziani, e, in campo aeronautico, di ventiquattro caccia intercettori e di venti aerei da addestramento.
Rete italiana per il disarmo e Rete della Pace hanno definito la possibile imminente autorizzazione da parte del Governo italiano di questa ingente fornitura militare “inaccettabile e oltraggiosa”:
“E’ inaccettabile che venga rilasciata la licenza a esportare un ampio arsenale di sistemi militari a un paese come l’Egitto che, schierato a fianco dell’autoproclamato Esercito nazionale di liberazione libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, da anni sta destabilizzando ogni negoziato per la pacificazione in Libia. E’ oltraggiosa sia nei confronti della memoria di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano barbaramente assassinato in Egitto e sulla cui morte le autorità egiziane non hanno mai contribuito a fare chiarezza, sia nei confronti di tutti coloro -oppositori politici, sindacalisti, giornalisti, difensori dei diritti umani- che vengono perseguitati perché non sono graditi al regime imposto dal generale al-Sisi, come dimostra anche il caso di Patrick Zaky”.
L’autorizzazione è, inoltre, “in aperto contrasto con le norme sancite dalla legge vigente”.
La legge n. 185 del 1990, infatti, non solo vieta esplicitamente le esportazioni di armamenti verso i Paesi i cui  governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, ma prescrive anche che l’esportazione di materiale di armamento e la cessione della relative licenze di produzione “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”. Il contratto viola il divieto e non ha nessuna “conformità” con la nostra politica: tanto più che l’Egitto non fa parte delle alleanze politico-militari dell’Italia.
Forse non tutto è perduto: nel nome della legge 185 il Ministero degli Esteri e il Governo possono non concedere l’autorizzazione alla fornitura e all’esportazione di questi sistemi militari all’Egitto, nonostante siano già state autorizzate ed abbiano preso avvio le relative trattative commerciali.
La questione è più generale: la nostra economia deve ripartire puntando sulla sanità, sulla scuola, sull’ambiente, ora che abbiamo capito che sono un investimento, non una spesa. Come ha detto Papa Francesco a Pasqua:
“Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare persone e salvare vite”.
In questi anni abbiamo prodotto tante, troppe armi, che ci sono -per fortuna- servite a ben poco. Pensiamo all’utilizzo della portaerei Cavour: ha girato i Paesi della penisola araba e dell’Africa per propagandare i prodotti dell’industria bellica italiana! Altre armi ci sono servite per venderle: ma spesso in contrasto con la legge 185, come le bombe vendute all’Arabia Saudita, cioè a un Paese in guerra -nello Yemen- e che viola i diritti umani. Nel frattempo cresceva l’importazione delle forniture mediche, diminuivano medici e infermieri e aumentavano i tagli alla sanità. Ci siamo trovati impreparati nella lotta al coronavirus, mentre non ci difettano le armi. Gli F35 -un’arma di offesa, progettata per sparare per primi- valgono 150 terapie intensive. La nuova portaerei, la Trieste, vale 50 mila respiratori polmonari. E chissà quanti posti letto, mascherine, test per la diagnostica.
Una scelta di priorità -la spesa militare più importante della spesa sociale e civile- che abbiamo pagato cara, e che va rovesciata. Non dovevamo, dopo il disastro della pandemia, entrare nell’epoca degli interessi comuni e pubblici?

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Egitto,Deir el-Bahri, il tempio della regina Hatshepsut (2012) Giorgio Pagano


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