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Waterfront, l'interramento di Viale Italia è decisivo

di Giorgio Pagano

Waterfront, l'interramento di Viale Italia è decisivo

- Nella “calma piatta” che regna in città da quando si è insediata la nuova Amministrazione, si intravede finalmente qualche elemento di quella discussione vera sui contenuti che finora è stata quasi del tutto assente, e sostituita dalla pratica degli insulti feroci sui social media.
Un tema di fondo è quello della sanità, su cui mi sono soffermato domenica scorsa. Il vecchio Felettino demolito, il nuovo Felettino fermo al palo, il Sant’Andrea che esplode, il Santa Caterina sempre più depotenziato, le insufficienze di personale, le carenze dei servizi sul territorio… E’ un dramma, è il nostro Ponte Morandi. Ma per fortuna nella società civile qualcosa si è mosso: la speranza è che anche la politica delle istituzioni e dei partiti si muova.
Mentre rimane ancora in sordina il tema dell’Enel, del “quando” della dismissione e del “che cosa” fare nelle aree una volta liberate dalla centrale -guai se andasse avanti l’idea di una nuova centrale, sia pure a gas-, è emersa nella discussione la questione del waterfront. E si è finalmente tornati al punto di partenza, cioè alle scelte, risalenti agli inizi degli anni Duemila, del Piano Strategico, del Piano Urbanistico Comunale e del Piano Regolatore del Porto. Così come è stata ripresa la vecchia richiesta di “sdemanializzazione” di Calata Paita per il suo passaggio al Comune. Si tratta di recuperare un decennio perduto (2007-2017), su cui gravano le responsabilità del devastante conflitto -tutto interno al centrosinistra- tra Comune e Autorità Portuale.
E’ positivo che il Sindaco, in questo processo di “ritorno al punto di partenza”, abbia ripreso nei giorni scorsi anche l’idea progettuale, sempre risalente a quegli anni, dell’interramento di viale Italia, nella zona tra i Giardini Pubblici e la Passeggiata Morin, per consentire il deflusso del traffico veicolare sotto la superficie pedonale di collegamento tra il centro storico e il mare. Idea che era stata da lui sostituita con quella della passerella sopraelevata in via Diaz, che poteva andar bene negli anni Ottanta del secolo scorso, come “provocazione”, ma che oggi è palesemente del tutto inadeguata.
L’ultimo atto della mia Amministrazione fu, nel 2007, la scelta del progetto vincitore del concorso internazionale di idee sul waterfront: il progetto Llavador. E’ evidente che, dopo tutto questo tempo, il progetto vada radicalmente rivisto. Ma rimane più che mai valido l’obbiettivo dell’ integrazione piena tra la città storica e il fronte a mare. Leggiamo dal testo di Josè Maria Tomas Llavador:
“Il sistema del verde diviene in questo progetto il tema centrale e l’elemento di connessione e integrazione tra la città consolidata e il lungomare che torna a vivere. Il progetto prevede un ampliamento diffuso del sistema verde già esistente che rafforza le attività culturali previste nel complesso degli interventi. Il verde entra nel tessuto urbano e diviene elemento di forte legame e passaggio”.
E ancora:
“La cesura tra città e mare rappresentata da viale Italia è certamente una delle criticità maggiori per il sistema pedonale: da una parte, infatti, vi è la necessità di bypassare questa importante arteria e restituire continuità pedonale alla città, dall’altra l’impossibilità di far perdere a questa strada il carattere di grande boulevard urbano. Per questo motivo si è deciso di interrare parzialmente il viale, in corrispondenza di via del Prione e di piazza Europa.”
Su questo punto -come su altri- il masterplan approvato dall’Autorità Portuale nel 2010 fu una sorta di “tradimento”. Per esempio c’era, nel masterplan, un rilevante condizionamento economico dal punto di vista dell’edificato, con edifici più spostati verso il mare e più alti, in contraddizione con quell’andamento basso e più fluido con cui l’edificato doveva espandersi, secondo il primo progetto, nel rispetto del vecchio tessuto ottocentesco della città. Ma, più in generale, fu l’idea stessa dell’interramento a essere abbandonata.
In parte ha ragione ma in parte sbaglia la consigliera comunale Maria Grazia Frijia nella sua polemica contro il consigliere Guido Melley, che ha avuto il merito di rilanciare l’idea dell’interramento. Sostiene la Frijia:
"Ricordo a Melley che anche nel progetto Lavador il waterfront era collegato alla città ed era previsto un interramento di Viale Italia nel tratto fronte comune: cosa ben diversa è la passerella di via Diaz. E’ chiaro che il progetto di interramento ha dei costi così elevati che un’Amministrazione da sola non potrebbe mai sostenere. La partita allora è tutta politica: cogliere l’occasione che la sinistra non è mai riuscita a fare inserendo nel progetto del waterfront il sottopassaggio così da reperire le risorse senza gravare sui cittadini. Questa è la sfida da portare avanti".
In realtà la mia Amministrazione, prima ancora dell’approvazione del progetto Llavador, si era battuta per siglare un protocollo di intesa con la Regione Liguria, firmato dal Presidente Sandro Biasotti (centrodestra) e poi confermato dal suo successore Claudio Burlando (centrosinistra), in base al quale la Regione si impegnava a sostenere il costo dell’interramento di viale Italia, anche utilizzando finanziamenti europei. E’ un altro punto che va ripreso: non è impossibile, anzi. Ma presuppone che la Regione esca dalla logica delle miriadi di progetti disseminati in giro per la Liguria senza alcun filo conduttore che non sia la mera ricerca del consenso: logica che è sempre stata dominante, al di là dei colori politici delle Giunte regionali. Insomma: basta finanziare piazzette ovunque, per concentrarsi invece sui grandi progetti.
A questo punto serve un altro passo avanti da parte dell’Amministrazione: l’approvazione di un Progetto Urbanistico Operativo sul waterfront, integrato dalla Valutazione Ambientale Strategica e da validi processi partecipativi. E’ lo strumento con cui dotarsi di un progetto di insieme, sulla base del quale coinvolgere gli altri enti pubblici e i privati.

A OGNI CIVILTA’ CHIEDIAMO CIO’ CHE HA DA OFFRIRE
Nella lettura della cronaca politica locale mi ha colpito, inoltre, l’appoggio dell’ex assessore alla Cultura del Comune Paolo Asti, dimissionario in attesa di essere giudicato da una commissione comunale di inchiesta sul rapporto tra alcune aziende private a lui riconducibili e il suo assessorato, a una dichiarazione di Vittorio Sgarbi, che diceva:
“La civiltà cristiana è quella che ha espresso la più straordinaria quantità di bellezza. Vi risulta un Bach musulmano? Un Giotto musulmano? Un Piero della Francesca musulmano? Noi siamo riusciti a raccontare Dio nella letteratura, nell’architettura, in modo assolutamente inarrivabile, quindi la nostra religione non è la fede in Dio, è una consapevolezza storica di un primato, un primato di libertà, un primato di civiltà…”.
Bach a parte, pretendere capolavori figurativi da una civiltà prevalentemente aniconica -che non ammette cioè immagini o idoli di divinità- e quindi non figurativa, è un po' sleale. Peraltro, a Sgarbi e ad Asti risultano un Avicenna (filosofo e matematico persiano) cristiano, un Hafez (poeta persiano) cristiano, un Ibn Khaldun (storico e filosofo del Maghreb) cristiano?  Mi sembra che a ogni civiltà si debba chiedere quel che ha da offrire, non quel che hanno da offrire le altre. Quanto ai confronti, è più bello il Battistero di Firenze o la Moschea di Gerusalemme? Sulla base di quale unità di misura? Come dire che la piazza dei Miracoli di Pisa è più bella della piazza Jemaa el Fna di Marrakech… Guardate le fotografie delle mie rubriche “Samarcanda - Diario della Via della Seta” e “Marrakech - Diario africano” e confrontatele con quelle delle più belle piazze cristiane. A qualcuno piaceranno più le prime, a qualcuno più le seconde. Ma allora? Guardate, nella foto in alto, la meravigliosa Cupola della Roccia nella Gerusalemme araba, e, nella foto in basso, lo splendido angelo del mosaico appena riscoperto nella Basilica della Natività a Betlemme, cristiano dell’epoca delle Crociate… Come si fa a non commuoversi per la bellezza di entrambi?
Come si fa a non pensare che sia l’Europa cristiana sia l’Africa e l’Asia musulmane sapranno ritrovare la propria storia e ritessere la loro millenaria tradizione identitaria solo e nella misura in cui riusciranno ad aprirsi l’una all’altra? Dimostrando la capacità di concepire e di realizzare nuove sintesi?
Il recente viaggio di papa Francesco nella penisola arabica, culla della rivoluzione coranica, ha questo obbiettivo. Si è svolto ottocento anni dopo l’incontro avvenuto a Damietta, nel 1219, tra Francesco di Assisi e al-Malik al Kamil, il “Sultano perfetto”. Cosa si dissero il santo e il sultano ci è ignoto: certo è che i francescani furono accolti con grande cordialità dalle autorità musulmane e con sincero affetto dalla gente del posto, musulmani compresi. Venne così fondata la Custodia Francescana di Terrasanta, che da allora fino a oggi ha rappresentato una delle presenze cristiane in Gerusalemme più attive e autorevoli. Ecco perché Assisi, patria del santo, è diventata una capitale della pace. Francesco papa in terra di Arabia è arrivato con la stessa intenzione, anche a rischio di fare scandalo. Come il Francesco di ottocento anni fa.

Post scriptum
Dedico l’articolo odierno ad Adolfo Aharon Croccolo, scomparso nei giorni scorsi. L’ho ricordato giovedì 7 febbraio in “Lettere a Cds”. Fu un protagonista, nel dopoguerra, della solidarietà agli ebrei in fuga dai campi di sterminio, e poi, a inizio degli anni Duemila, della ricostruzione storica della vicenda, che fu decisiva per richiedere e ottenere la Medaglia d’oro al Merito Civile. Era il 25 aprile 2006: la consegna della Medaglia da parte del Presidente della Repubblica, al Quirinale, fu un momento di straordinaria intensità. Tra i tanti spezzini presenti ricordo, insieme a Croccolo, due altri protagonisti della solidarietà del dopoguerra: i partigiani Amelio Guerrieri e Giuseppe Fasoli. La vicenda di “Exodus” fu una pagina altissima della nostra storia, alla quale dobbiamo restare sempre fedeli. Anche a rischio di essere considerati “uomini pazzi”, come successe al santo ottocento anni fa e come sta succedendo oggi al papa.

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Palestina, Betlemme, i mosaici restaurati della Basilica della Natività (2018) Giorgio Pagano


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