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Omaggio al Circolo Fiasella che operò a Sarzana dal 1953 al 1979

il ricordo di valerio p.cremolini
Omaggio al Circolo Fiasella che operò a Sarzana dal 1953 al 1979

Sarzana - Val di Magra - Mercoledì 29 luglio 2020 è stata inaugurata a Sarzana nell’antico e autorevole Oratorio di Santa Croce la mostra “Paesaggi & Suggestioni”, affettuoso omaggio alla fervida stagione artistica del Circolo pittori “D. Fiasella”, che ha operato dal 1953 a 1979. Il professore Egidio Banti ha ripercorso la storia del sodalizio, richiamando il contributo dei presidenti che si sono succeduti, l’attività espositiva promossa negli anni, nonché la corale dedizione di ciascun artista, che ha tratto beneficio dalla condivisione degli ideali culturali e sociali dell’associazione.
L’amico pittore Graziano Dagna, che ricordo con affettuosi sentimenti, mi ha fatto conoscere ed apprezzare più di altri la situazione artistica sarzanese alimentata da presenze sicuramente interessanti. Il Circolo “Domenico Fiasella” ha rappresentato un momento aggregativo di alto valore per la funzione formativa e divulgativa della cultura pittorica, celebrata nella presente rassegna, estesa più ampiamente al perimetro della provincia. Merita ben di più di un accenno la spinta ideativa del “Fiasella” a favore del decollo della “Calandriniana”, innovativo e longevo laboratorio “en plein air” che continua a vantare una forza attrattiva non usurata dagli anni.
La selezionata ricognizione copre decenni di ricerca, nella quale si incrociano positive esperienze di artisti viventi e di altri non più tra di noi. Ritengo sia corretto rendere merito all’impegno profuso da questa eterogenea e solidale comunità di persone, veri e propri operatori culturali, che hanno contribuito con svariati apporti linguistici a favorire la credibilità di un contesto territoriale davvero ricco di fermenti creativi.
Mentre Fiammetta Gemmi e i suoi preziosi collaboratori mi mostravano, non senza sorprendermi, i dipinti da esporre nell’antico Oratorio di Santa Croce scorrevano nella mia mente i profili degli autori con le loro distinte storie, più o meno note. Quasi certamente dalla stima e dal rispetto reciproco si sono generati proficui confronti e fruttuosi scambi professionali, che hanno valorizzato le soggettività più spiccate in un comune itinerario di crescita, alimentato dalle tipicità espressive di ciascun pittore.
Sorge spontaneo attribuire ad ogni protagonista di questo evento espositivo una “originale unicità”, da cogliere sia dinanzi ad opere dall’impianto sostanzialmente figurativo, prevalentemente riguardanti la veduta, sia in quelli che approdano al suggestivo clima dell’immaginario e dell’astrazione. Ritengo, inoltre, che la collettiva abbia il merito di attualizzare l’inesauribile divenire dell’arte, crocevia di innumerevoli modalità operative che non conosce fratture, bensì recupera costantemente il passato come lievito del presente.
Lo spazio non permette di sostare lungamente sulle specifiche identità di ogni pittore. Ad essi appartengono doviziose pagine di letteratura critica, che offrono persuasivi indizi interpretativi dei loro lavori ed altrettante pregevoli analisi sui vari processi formativi delle opere.
L’insieme svela passione, laboriosità, fedeltà alla vocazione per l’arte, quale imprescindibile valore umano, evocando tra il libero incedere di segni e colori problematiche di ordine stilistico e stati d’animo che configurano differenti visioni dell’esistenza. D’altronde, il binomio “arte e vita” pervade un’infinità di ottima pittura, scandita dalle relazioni fra l’uomo e l’ambiente e più complessivamente fra l’uomo e la società, tema vastissimo e largamente teorizzato.
All’artista, titolare di un’esigente progettualità, non sfugge l’importanza dell’esercizio del pensiero, che favorisce la capacità contemplativa e la migliore comprensione di quanto lo circonda. Non diversamente, questa esposizione suscita per svariati motivi una rilassante sensazione di meraviglia innescata dalle immagini, talune dalla profonda eco spirituale, che si propongono di volta in volta ai nostri sguardi non distratti, né indifferenti.
Introduco le brevi note critiche sugli autori delle opere con il seguente pensiero recuperato da appunti conservati nel mio archivio: «Nell’arte c’è sempre qualcosa di misterioso; è un viaggio in un mondo ignoto; una sonda nelle regioni dello spirito; un sogno libero».
Faccio mia l’opportuna e fantasiosa metafora del viaggio per presentare la mostra dove ho sentito al mio fianco la passione e il contagioso dinamismo di Fiammetta Gemmi, principale animatrice dell’omaggio al “Fiasella”, mentre ho avvertito idealmente la presenza di Graziano Dagna (1940-2016). Amico di vecchia data, pittore, scultore, grafico, promotore culturale, compente saggista, ottima penna. Ho “viaggiato” con lui nella realizzazione di importanti eventi espositivi, compresa la Calandriniana, confrontandomi senza pregiudizi, facendomi apprezzare da vicino e più estesamente la pittura sarzanese. Avevo già buona conoscenza, ad esempio, delle affermazioni su scenari non solamente locali di Carlo Fontana (1865-1956), Renzo Lupo (1913-2002), Gian Carozzi (1920-2008) e Claudio Ambrogetti (1933).
La pittura di Dagna profuma di classicità e di modernità, di colta padronanza della storia dell’arte del passato e del presente. Gli erano consueti i temi della natura morta, del paesaggio e del ritratto, risolti con elevato acume progettuale, ben percepibile nell’accurata serie di tavole dedicate al territorio sarzanese.
Ogni artista nel proprio vissuto aspira ad affermare la personale identità. Così è stato per Mauro Acconci (1928-2017), affiliato a suo modo all’avanguardia surrealista. Il più recente mentore, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi (1952), gli ha accreditato convintamente un realismo onirico, da declinare, a mio avviso, associando all’esperienza reale del vissuto l’indagine più profonda nella propria interiorità.
Il “viaggio” mi propone di avvicinare artisti di varie generazioni in gran parte antecedenti agli anni Cinquanta. Alla generazione meno vicina è interessata la famosa pittrice Maria Questa (1904-1988). La sua tavolozza è smagliante, vibrante di partecipazione emotiva. Rapide pennellate dall’intonazione fauvista celebrano la bellezza di fiori, paesaggi e nature morte. La biografia della Questa, che annovera anche la III Quadriennale d’Arte di Roma del 1939 è esaltante.
Maria Silvia Gazzarini è l’altra presenza femminile di questo coinvolgente itinerario. Oltre al paesaggio, rivelatore di una ricerca non convenzionale, avevo ammirato un nudo di donna dall’atteggiamento pensoso e dalle linee ben definite. Ho favorevolmente colto la condivisione dell’artista dell’innovativo progetto Il pianeta azzurro, curato nel 2016 dal savonese Bruno Cassaglia (1949).
Di Giorgio Baffigo (1935-1974) mi ero imbattuto in vedute precisate da elaborate ed espressive zumate. Due ritratti dalle linee essenziali, semplificati, volutamente elementari, offrono le qualità del segno grafico dell’artista, interprete della tecnica del disegno con finalità tutt’altro che descrittive.
Nel 2004, alla Fortezza Firmafede, mi avevano stupito le tele di Mario Bedini (1936-2011) governate dalla suggestiva modulazione dell’astrazione, che determinava il superamento dell’opzione figurativa, puntualizzata, sostanzialmente, in questa mostra. Un dipinto, in particolare, è lambito dal silente clima metafisico.
Nell’interessante ricerca di Bartolomeo Bellotto (1944) non sfuggono tracce che alludono alla “Nuova figurazione”, stagione che esortava a voltare pagina dopo la parentesi dell’Informale. Rilevo in esse molta autenticità ed il possesso di un bagaglio cromatico, dove sono prevalenti le potenzialità evocative del chiaroscuro.
Piacevole riscoperta è stata nei giorni di preparazione della mostra la pittura di Leonardo Cattoni (1940-2000), autore di un repertorio tematico composito e meditato. Così è l’opera dal contenuto sacro che esalta con tratti efficaci la commovente scena della Deposizione di Gesù. Giustamente è stato osservato che Cattoni «ha fatto della condizione umana il nucleo forte, denso, dell’arte» (G.L. Coluccia).
È imperdonabile accennare con poche righe al protagonismo di Piero Colombani (1952), sontuoso pittore che ha in dote oltre a convincenti mezzi tecnici una vasta cultura che allinea storia, filosofia, scienza e teologia. Dai suoi lavori cosparsi di allegorie scaturiscono narrazioni generate dalla complessa fioritura. Intrigante l’appellativo di “profeta del nuovo gotico”.
Incontro per la prima volta un’opera di Sabatino Corsi. Interpreto l’omaggio al Castrum Sarzanae alla stregua di un “capriccio”, genere argomentato nella storia dell’arte, ben riuscito per la commistione di motivi del lontano passato inseriti nella visione panoramica della città.
Talentuoso pittore in giovane età, Angelo Destri (1922-1984) ricevette concreto sostegno dal gallerista e collezionista sarzanese Bruno Bassano (1869-1978), che lo spinse a trasferirsi a Parigi, traendo da quel soggiorno benessere formativo e non solo. Inconfondibili i ritratti femminili velati di malinconia, soffusamente presente nel dipinto in mostra.
Con una serie di tele che trasmettono un senso di pace e di benessere è adeguatamente rappresentato il pittore Gino Fenucci. Spontaneo citare le delicate atmosfere impresse da Ottone Rosai (1895-1957) in tante vedute di angoli fiorentini. Sembra, inoltre, che il pittore sarzanese amasse celebrare e farci meglio apprezzare la suggestiva bellezza di tanti scorci.
Nei dipinti di Gilberto Galletto (1941) s’impone il rapporto tra forma e colore. Il rosso indelebile dei Rimorchiatori vibra di una intensità senza fine. Lo spettatore è rapito dal mirabile contrasto che domina la tela, pervasa da una luminosità tutt’altro che artificiale.
Pittore stimatissimo da Graziano Dagna è stato Alberto Guerri (1928-1979). Inappuntabile la lettura della sua pittura, rappresentata da «scene pittoriche incredibilmente e inverosimilmente piene, quasi stipate: facciate di case, finestre, tetti, comignoli, mura, castelli, altane, torri, portici, piazzette in un vertiginoso succedersi preferibilmente verticale». Come è vero che la pittura è una fedele alleata della poesia!
Eccomi ad Ernestino Mezzani (1924-1994), agguerrito sostenitore del ruolo sociale dell’artista. I dipinti esposti nell’Oratorio richiamano la personale del dicembre 1991 ospitata nello spazio spezzino dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, caratterizzati da un gusto decorativo e dall’inserimento di iscrizioni in lingua araba invitanti alla pace nel mondo. Antesignano del dialogo interculturale.
Si ritorna al figurativo con il sarzanese Sergio Neri (1921-1990). Al pari di colleghi paesaggisti della sua generazione sente la contaminazione impressionista nel dare rilievo alla scala della luminosità con tocchi di colore, che generano un susseguirsi di piacevoli tremolii. La sua marina offre la sensazione dell’immediatezza.
Visiterò la prossima personale di Giuliano Paita, che celebra sessant’anni di pittura, stimolato da quanto scrive sul catalogo Franca Maria Bologna avvalorandone la personalità nel definirlo “artista a tutto tondo”.
Prima d’ora avevo apprezzato Raffaele Porro (1936) quale autore di tele non figurative, frutto di processi formali non casuali, resi visibili da appaganti stesure di colore. Nei dipinti esposti di matrice figurativa è esclusa la semplice illustrazione, soccombente all’abbondanza di contenuti emozionali che essi trasmettono.
Lo scorcio strutturato in modo esemplare dal pittore Bruno Pruno (1912-1987), castelnovese innamorato della Lunigiana, dà credito alla significativa considerazione critica che gli compete. Lo studioso Claudio Giumelli (1941-2015), attento recensore della ricerca di Pruno, evidenziava con acutezza l’utilizzo dei mezzi espressivi modulati «in un eloquio piano e disteso, un canto che ha il sapore seducente e stupefatto della favola».
Paolino Rangoni (1930) è un valente interprete della pittura di paesaggio, composta alla stregua di un componimento poetico dove le pennellate si sostituiscono alle parole, alimentando il più immediato coinvolgimento emotivo. Straordinaria l’impegnativa Via Crucis del 2007, donata al Museo Diocesano di Vicenza, che ho ammirato e sulla quale ho espresso lodevoli e articolati pensieri.
I paesaggi di Adriano Raso (1934) sembrano anch’essi distillati da una tavolozza intrisa di poesia. Ogni pennellata è assimilabile ad un verso scelto per meglio esprimere i propri sentimenti, destinati ai luoghi d’origine verso i quali il senso di appartenenza si pone come valore irrinunciabile.
Lo sguardo corre sulle sculture del carissimo Renzo Ricciardi (1936). Fra le sue mani la pietra perde la consueta asprezza, conquistando una speciale duttilità, acconsentendo di essere lavorata con invidiabile maestria. Penso ai cardinali ed ai papi colti in pensose posture, verso i quali lo scultore afferma un’incrollabile fedeltà. Virtualmente, colgo lo scultore dialogare con la dura arenaria, da cui trae immagini altamente espressive.
Paesaggi e nature morte richiamano il profilo artistico di Bruno Rolla, a cui è accreditata una pittura, comprovata da solide e convincenti radici figurative, che ha nel colore il principale elemento su cui regge l’impianto compositivo dei suoi dipinti.
Ho scoperto la pittura di Enrico Scapinelli (1920-1999) nella mostra del 2004 allestita alla Fortezza Firmafede, dedicata ai “Pittori sarzanesi del secondo Novecento”. Non pochi dei partecipanti hanno assiduamente animato la non breve stagione del Circolo Fiasella. Da quanto ho appreso Scapinelli è stato un autentico costruttore di immagini, il cui compimento scaturiva da un incessante e diligente approfondimento delle tecniche pittoriche.
Pietro Valentini (1912-2013 è stato uno scrupoloso interprete del linguaggio chiarista. Il collega e amico Dagna ne lodava la pittura, definendolo una persona che «dipingeva con intatta passione rappresentando la gioia di vivere e di fare, componendo questo suo mondo irreale, fantastico, lieve, come sollevato dalla banalità del quotidiano». Non si distanzia da Valentini la poetica di Edoardo Venturini (1923-2003), compendiata nella dedizione al paesaggio e nell’impossessarsi di quanto carpito dallo sguardo per essere riposto nel suo cuore. La relazione contemplativa gode di un appagante silenzio.
L’inevitabile sintesi non depone a svelare compiutamente la personalità degli artisti, che si sono resi coautori della storia del Circolo pittori “D. Fiasella”, contribuendo complessivamente alla significativa tradizione artistica della provincia spezzina.

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