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Andiamo a Berlino (e passiamo dal Picco)

domani sera al Megacine festa Spezia con Fabio Caressa

Andiamo a Berlino (e passiamo dal Picco)

- Il rimbalzo del pallone, il sentimento della gente, l’innocenza dei ragazzi, o dei grandi che ritrovano il loro appuntamento settimanale con l’adolescenza. Si gioca come si vive, ricordava Valdano, siamo come giochiamo ed il calcio è ciò che abbiamo scelto. E’ un po’ tutto questo nella sua essenza, un gioco vecchio ed ingigantito con una grandiosa capacità di adattamento a tutte le sfide della comunicazione. E’ un’insuperabile fabbrica di immagini e di suoni. La voce, quella di Carosio, di Ameri, di Ciotti, e perfino quella di Fabio Caressa. Le voci ed i suoni del calcio li trovi in un qualunque spelacchiato campetto di provincia perché anche una comune partita tra amici ha il suo sonoro. La voce ed i piedi, due leve che mobilitano emozioni, agitano simboli e coltivano riti. Di destro interno collo come il grido disumano, e le parole che diventano ali, destre o sinistre che siano. Così si entra nell’immaginario collettivo, e si popolano di visioni fantastiche le notti dei bambini che amano il calcio. Fabio Caressa c’è riuscito ma è partito da lontano, dalla Germania, da un mondiale vinto. “Ritmo, tormentoni, riconoscibilità, emozione, le quattro parole chiave del mio modo di lavorare”, racconta lui. Eppure fai la prima partita del mondiale e molti non gradiscono, non piaci:”Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi, e poi le cose funzionano di più se l’emozione è maggiore, so bene che i pareri del mio lavoro miglioreranno se l’Italia andrà avanti, se si soffrirà di più e si vincerà”. Boom, l’Italia avanti ci va davvero, io sono davanti alla mia televisione sintonizzato su Sky, non ci penso neanche a guardare a sentire Civoli e Mazzola. Si va avanti fino alla gara con Australia e l’Ucraina, io sono sempre lì ed indubbiamente Caressa fa i suoi progressi:”Mi hanno anche chiamato in quei giorni un paio di radio di Napoli, e mi hanno detto che quel kannavaro funziona”. Italia-Ucraina, si potrebbe rivedere una semifinale mondiale.”C’è un limite nella vita di uno sportivo, un muro che divide la normalità dall’eccellenza. Può esser un momento o una partita come questa. Se hai la forza di superarlo puoi alzare gli occhi, guardare la luce e pensare di non avere più confini”. Vince l’Italia, vince Caressa. Poi Italia-Germania ed i sogni di bambino:”C’è stato un uomo importante nella mia vita, mio nonno Franco, ho passato molto tempo con lui. E’ sempre stato un esempio perché con l’impegno ha superato le difficoltà della vita. Sono cresciuto guardandolo mentre faceva i solitari davanti alla radio, la domenica, con i secondi tempo di Tutto il calcio minuto per minuto. In quei minuti di Italia- Germania l’ho sentito lì”.
Semifinale, è notte, io sono con mia figlia davanti al video, Alice. Ha nove anni, quanti ne avevo io nel 1970 quando con papà mi stavo guardando Italia-Germania davanti alla tv:”Palla tagliata, messa fuori, c’è Pirlo, Pirlo, ancora Pirlo, c’è Totti che va dentro, Pirlo, di tacco ( sembra ma in realtà la dà d’interno) tiro……..GOOOL, gooool, Grosso Grosso, goooool gol di Grosso gol di Grosso, manca un minuto, siamo sopra e manca un minuto, gol di Grosso, gol di Grosso”. In quel momento, proprio mentre io abbraccio mia figlia in un grido forsennato, Caressa è l’Italia. Ma c’è dell’altro:”kannavaro via il contropiede con Totti, dentro il pallone per Gilardino, la può tenere anche vicino alla bandierina cerca l’uno contro uno Gilardino dentro per Del Piero Del Piero, gooooooooooooooooooooool aleeeeex deeeel piero chiudete le valigie! Andiamo a Berlino Andimao a Berlino andiamo a prenderci la coppa”.”Sono in quel momento tutto fuori dalla postazione, la testa all’indietro, ho quasi scavalcato verso sinistra e sto per entrare nella postazione dei portoghesi. Poi guardo Beppe Bergomi, provatissimo è emozionato come un bambino. Devo riprendermi ed allora chiamo il superspot solo che non c’è perché siamo ai supplementari, ma non se ne accorge nessuno, in regia urlano tutti. Ma io non ce la faccio più”. Ed è allora che si scopre la vera essenza della storia:gli altri radiocronisti sono fuori dalla postazione, hanno preso le linee i loro studi, si girano verso Caressa e Bergomi e li applaudono:”Abbiamo rotto le palle a tutti con le nostre grida, ma hanno capito, il portoghese della postazione accanto mi stringe la mano”. Arriverà poi la finale mondiale e quel campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo gridato forte al cielo di Berlino che è una luce sola, azzurra.”Stasera abbiamo vinto tutti”. Perfino una famiglia in una casa di via Papa Luciani, a Pieve di Soligo, nella provincia di Treviso, casa Padoin. Caressa entra nel nostro mito, ed anche di questo giocatore. Perché il calcio dello Spezia, che lo si voglia o no, cambia la sua ruota il 10 giugno del 2007: Juventus-Spezia. Sono anch’io all’Olimpico, sono cresciuto a quattro passi dallo stadio, da piccolo giocavo nel cortile e sentivo i boati del Comunale nitidi. Mi piazzano in uno scrigno a due posti, al mio fianco Carlo Nesti, poi vicino Adriano Cuffini, un collega del Secolo che ama il ciclismo ma che è juventino nelle viscere. La gara sale verso il novantesimo, non ce la faccio più a stare fermi e mi alzo di brutto, sedendomi sui gradoni:” E’ una partita britannica da Premiere, da calcio inglese, lo Spezia ha dato veramente tutto quello che poteva dare con gli uomini in campo……….. Giuliano dopo il tocco di Guzman, Scarlato va a pressare altissimo.. sempre Scarlato che sbaglia il traversone…. 44’ sul cronometro 2-2 tra Juventus e Spezia. E pronto al rinvio Mirante…….. colpo di testa di Pecorari che prova ancora a dare sostegno……. c’è Nicola che ha dovuto fare due ruoli da quando Padoin si è fatto male, .. pallone messo giù per Bianco, arriva Guidetti, riesce a portargli via il pallone… Padoin… Guidetti, Padoin…. in area di rigore… Padoin Padoin, PA DO IN PA DO IN PA DO IN PA DO IN PA DO IN con una gamba sola……. al 90………. con una gamba sola con una gamba sola… da almeno mezz’ora ….. Padoin …….”. Caressa scolpisce la giornata, io al gol mi ritrovo sui gradoni sdraiato abbracciato a Federico La Valle e Luca Romiti, commossi. In quel momento decidi che ci vogliono solo le lacrime. Poi mi ricompongo, provo a risedermi nel mio posto ed in un collega locale, abbastanza divertito mi guarda: “Chiedo scusa”, faccio io. “No, non ti preoccupare, una sana botta di calcio paesano fa sempre bene”, ribatte lui. “Lo prendo come un complimento” ribadisco io. Dal cellulare mi avvisano delle grida di Caressa, torno a casa nella notte stremato, pensando che il Dio del Calcio ci ha fatto un regalo, ma mi guardo pressoché tutta la partita registrata. Due giorni dopo chiamo Caressa, e ne nasce una divertente intervista.” ”. ”Padoin? è un pò il simbolo, l’immagine, dell’attaccamento ai colori, del giocatore che oramai in campo con una gamba sola ci arriva e ci crede fino all’ultimo tiro ed in quel momento dimentica perfino il dolore. Giocatori così sono un’icona per il calcio”.
“Andiamo a Berlino” e “PA DO IN PA DO IN” con una gamba sola sono le urla che hanno scosso la nostra vita in due estati che nessuno dovrebbe dimenticare. Mai. Benvenuto dottore in scienze politiche Fabio Caressa.

(alcuni brani sono stati tratti da Andiamo a Berlino, scritto da Fabio Caressa per la Baldini e Castoldi Dalai editore)

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