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Calci al vento

(La guerra è una cosa seria)

Calci al vento

- Questa volta lascio parlare i fatti. Penso, dunque sono, dicono. Sarebbe importante sapere cosa però.
In questo editoriale vi propongo il testo, estrapolato dalla redazione sul muro, di un tifoso in risposta al mio scritto di sette giorni fa. Poi una considerazione filosofica su qualcosa che il tifoso cita, infine una tesi che preparai due anni orsono per un amico che decise di portarla alla laurea di sociologia, mentre un collega la usò per la tesi dell’esame da giornalista. I commenti e le riflessioni le lascio a voi, rammentando che mi riesce difficile mettere nello stesso piatto l’apocalisse di Adorno, i gol di Guidetti e Franco il partigiano, un mio vecchio amico che in guerra (quella vera) ha perso nel 44 tre fratelli, una madre ed un padre.
Mi sembra solo di prendere a calci il vento;

“due considerazioni sull'articolo dell'Armando.....''Il Calcio ha un cuore antico, il calcio è tutto, il calcio è la gioia, è un lungo viaggio tra il piacere ed il dovere anche per un giornalista. Il calcio è un bambino che ride, solo perché gli hanno regalato un pallone. Ma voi lo sapete? Voi che ve le giurate, lo sapete? ''.......no, non lo sappiamo.....e il perchè te lo spiega T.W.Adorno....o, per restare tra noi, P.P.Pasolini.....di come sono andate le cose....e di un mondo che non c'è più e di una società che è cambiata.......ma il calcio non è più un gioco......il calcio è ora quello che per le generazioni fino al 1945 era l'esercito della propria nazione........meglio tifare che imbracciare un fucile.......ma è l'equivalente......non parliamo di gioco e di bambini...i bambini si educavano alla guerra......noi ora(?) li educhiamo a questa nuova battaglia........abbiamo bisogno di sogni di grandezza........passano per il calcio, al momento.......finchè non ci spazzerà via il grande sonno tecnologico...........finchè ci sarà un bricciolo di umanità, insomma...........il calcio nela sua essenza è sfida, è battaglia......desiderio di prevaricazione.........i suoi eccessi non sono intrinseci, ma leciti.....considerando il tutto.........basta con ste cazzate...........si inizia in un cortile, e si finisce col fucile........purtroppo è così.........

Il pensiero dialettico di Adorno? il tema del negativo e del non-identico.
Ialenti (studioso di Roma) approfondisce la natura speculativa dei concetti dialettici adorniani fondamentali nel primo capitolo (ad esempio il problema del rapporto tra 'concetto e dato' e tra 'concetto e contraddizione'). Nel secondo capitolo Ialenti ricostruisce il tradizionale problema del principio di verità all'interno della dialettica adorniana, mostrando come nel filosofo francofortese vi sia un tentativo di sviluppo della nozione di 'costellazione' e 'micrologia' adottate da Benjamin e sopratutto come per Adorno la realizzazione umana (che comunque è compito della filosofia mantenere come 'idea0 regolativa' della sua attività) è in realtà razionale e non irrazionale. Una razionalità però diversa da quella della società di massa, alienante e spersonalizzante in cui storicamente noi viviamo, tale impostazione apre il problema della prassi nel pensiero adorniano e al tempo stesso del fondamento della 'teoria critica' stessa.
Nel terzo capitolo, Ialenti approfondisce l'opera, stilisticamente più significativa di Adorno: 'Minima moralia'. Ialenti mette in luce le aree argomentative fondamentali mostrando come dietro alla struttura a-sistematica apparente degli aforismi vi sia, in realtà, una sapiente e cavillosa struttura concettuale e dialettica di profonda portata speculativa.
Ialenti non condivide l'interpretazione di Adorno come 'intellettuale apocalittico' di cui spesso in Italia si sente parlare. Adorno non cede all'irrazionalismo di tanti altri filosofi contemporanei. che preferiscono rifugiarsi in una 'mistica dell'essere' e fuggire dalla riflessione seria sui condizionamenti materiali e tecnici che impediscono alla 'persona umana' di essere veramente umana in una società 'totalmente amministrata'. Il pensiero di Adorno, secondo l'interpretazione di Ialenti, ha una finalità profondamente etica, addirittura le categorie proprie della dialettica teoretica riassumo senso in una prospettiva etica (seppur priva del momento prescrittivo e normativo). L'influsso di Kant è notevole in Adorno (influsso che non sempre è stato studiato come avrebbe dovuto esserlo), anche in Kant ciò che non è risolvibile in senso teoretico si comprende in senso morale. La morale di Adorno però è una morale che vive nelle contraddizioni non solo della ragione pura, ma dell'Unwesen (cattiva sostanza) sociale dei rapporti umani alienati e cerca di mantenere una disperata lucidità consapevole al fine di 'aprire' uno spazio storico alla 'luce della redenzione'.
Per concludere, nel corso della sua tesi, Ialenti sostiene che non è vero che nella dialettica negativa non si dà conciliazione, essa invece è possibile ma in altra modalità (non-identica) a quella della sintesi idealistica hegeliana. La conciliazione è un compito etico da realizzare, essa non è coglibile come 'mera nozione' perchè è di un ordine razionale, diverso da quello della razionalità tecnica e simile a quello del momento ludico del pensiero. Tuttavia ciò che è importante è comprendere che Adorno non è irrazionalista, come molti lo avevano superficialmente descritto, egli mantiene una fiducia profonda nella ragione ed è per tale motivo che ne vuole sondare tutte le aporie più tragiche e negative, affinchè se ne possa poi liberare all'interno della coscienza umana nella storia.

LA GUERRA ED IL CALCIO ( L'ULTIMO SECOLO)
Una guerra danzata ed una reale. Dal 'Devi Morire, 'Quie se muera' gridato dagli ultras Sur del Real Madrid e dai tifosi di mezzo mondo, al morire davvero. Calcio e guerra come un paradigma, con lo stadio che ha torri e stendardi come un castello, ed un fossato largo e profondo intorno al campo, come una trincea. La fanteria locale che invade il terreno nemico, quest'ultimo che batte in ritirata. Alla fine il popolo vittorioso in campo. La resa inevitabile, la vittoria. Calcio e guerra che si sono incrociati e che si sono spesso parlati tra loro, condizionando un po’ la vita di ogni giorno. Perché il calcio, in ogni latitudine, in fondo è solo un transfert che aiuta a vivere, la guerra uno che aiuta a morire. Ma football e guerra si sono incrociati diverse volte, scambiandosi la pelle. La prima guerra mondiale ad esempio, che fermò i primi campionati, anche in Italia, e ne condizionò il titolo. Nel 1915 il caso diventa unico: il campionato di serie A non è mai stato concluso, stoppato il 23 maggio a causa della mobilitazione generale. La chiamata alle armi arriva presto, la federcalcio ha fretta di chiudere una stagione. Le finaliste dovrebbero giocare a Milano, Torino, Roma e Pisa; Genoa in testa con 7 punti, Inter e Torino 5. Il Torino ha già ricevuto e travolto il Genoa 6-1. Nessuno esclude che potrebbe batterlo anche al vecchio campo di Ponte Carrega; la stessa Internazionale vincendo il derby arriverebbe a 7. Si giocano, come sarà poi anche nel 1944, il torneo del centro Italia e quello del meridione. Scriverà Gianni Brera sulla sua Storia critica del calcio italiano: . Una guerra, la prima, che ebbe dal calcio anche significativi esempi: Mosso, uno dei primi oriundi del nostro calcio, il nonno di uno come Camoranesi per esempio, giocatore del Torino, rispose all'appello della sua seconda nazione, e andò a battersi con l'Italia alle armi insieme ai fratelli Francisco, Benito e Julio. Lo stesso James Spensley, pioniere inglese del Genoa Cricket, morì durante la prima guerra mondiale, sembra nel tentativo di salvare un soldato ferito, lui che era medico. E' solo l'inizio di uno strano incrocio, anche perché alla ripresa c'è un impetuosa crescita del football, come se il conflitto, invece che danneggiarlo, lo avesse alimentato, anche nella fantasia popolare. E così, mentre sui campi di allenamento compariva il muro, il calcio si espandeva freneticamente, fino ad arrivare alle soglie del secondo conflitto. Qui il paradigma si fa storia. L'ultima grande guerra mondiale incrocia la sua via anche con quella di Matthias Sindelar. Guerra e football in lui si intersecano. Centravanti di grande maestria di scuola austriaca, scorrazza per il campo, con finte e dribbling, come carta al vento. Lo chiamano cartavelina, papierene in teutonico, e lui incanta e fa ammattire quelli come Luisito Monti, che quando lo incontrano lo hanno in uggia. Ma con l'invasione dell'Austria da parte di Adolf Hitler la sua vita ed il suo calcio cambiano. L'Anschluss, l'annessione appunto, decreta la fine dello squadrone austriaco. Sindelar era gran giocatore, ma ebreo. Il 22 gennaio del 1939 si chiuse in casa, e mentre le truppe tedesche sfilavano nelle tristi vie di una cittadina austriaca, si diede la morte suicida insieme alla moglie, forse per evitare l'Olocausto e la grande persecuzione nazista. Il calcio perdeva uno dei più grandi cantori, come avrebbe perso tanti giocatori morti sotto le bombe. Proprio mentre si combatteva , in Italia, emergeva la più bella impresa. Dopo l'8 settembre 1943, l'armistizio, in quello che doveva essere il giorno della fine della nostra guerra ma si rivelò quello di inizio, la federcalcio approntò in tutta fretta un campionato di guerra, un vero e proprio torneo nazionale. 'In guerra la verità è così preziosa che bisogna nasconderla dietro una cortina di bugie', disse proprio in quei giorni Churchill. Tra vicende politiche e militari, tra bugie di un'Italia che era spaccata, tra linee gotiche e tedeschi in ritirata, il calcio sopravvisse. Era il 1944 ed in paese sconquassato da cima a fondo, con gli americani in Sicilia, e Roma mezza liberata, con la Repubblica di Salò, due Italie e due monete, c'era chi giocava al pallone. I Vigili del Fuoco della Spezia si regalarono la storia, vincendo con una squadra che aveva reclutato giocatori dello Spezia mettendoli in divisa, un campionato che solo alla fine non ebbe il meritato riconoscimento. Uomini che giocavano al calcio solo per ottenere le tessere del pane, la libertà, per i loro figli e le famiglie. 'Mia adorata - scrisse Amenta, mediano di quella mitica squadra alla moglie Cloe - mi metto in divisa e penso al pallone per salvare te e me ed il nostro futuro' .Così girarono l'Italia con un'autobotte scoperta, andarono a Carpi a disputare le loro gare casalinghe, giunsero alle finali, non prima di aver scambiato sale con sigarette. Batterono così il grande Torino di Piola e Pozzo, e di Valentino Mazzola. Era un pomeriggio dorato del luglio 1944, Arena di Milano, sugli spalti pochi tifosi che temevano soprattutto rastrellamenti. La federazione di allora, incredula che Ottavio Barbieri, il mister, ed i suoi, avessero sovvertito tale pronostico, non se la sentì di sacramentare quel successo e lo seppellì per sempre. La successiva liberazione, la Repubblica e la ripresa del calcio, negò a quello Spezia la soddisfazione di uno scudetto pieno. Solo nel 2002, dopo una lunga battaglia burocratica, si arrivò all'assegnazione di un titolo onorifico che, come raccontò Franco Carraro, presidente FIGC ' testimonia soprattutto la vitalità e la forza morale del calcio Italiano che non si piegarono nemmeno alla guerra, gettando un ponte di speranza e fiducia nella rinascita del paese'. '58 anni dopo uno scudetto. Ora la guerra è veramente finita' titolo Stadio il 23 gennaio 2002. Così com'era avvenuto per la prima guerra mondiale, le bombe ed i rastrellamenti non fermarono il calcio. Si giocò in molte parti del mondo: in Francia, come in Italia, nacque un torneo unico tra A e B vinto dal Lens. I regimi totalitari dell'epoca, fino alla loro estinzione, spinsero il calcio come fenomeno di massa, ma dove era solo distruzione (Bretagna e Russia, per motivi contingenti) non fu possibile neppure un minimo torneo. In Portogallo però vinse lo Sporting, in Belgio il Royal Anversa, in Polonia il Krakau, in Turchia il Besiktas, in Olanda la squadra di ferrovieri del De Wolewijkers in una vicenda che ricorda molto quella dei Vigili del Fuoco spezzini; in Germania, la Germania unita Hitleriana, il Dresda, la Dinamo che negli anni 70 dominò anche in nazionale dell'Est. Solo quando tutto finì si tornò alla normalità, ma ci volle del tempo perché i campionati assumessero una loro ferma identità. Quella guerra però , tolse di fatto all'Italia l'occasione di disputare un mondiale da protagonista, con quello che sarebbe stato il blocco più importante mai portato in nazionale: il grande Torino. Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, Grezar, Bacigalupo. La tragedia di Superga del 1949 spezzò il sogno di andare ai mondiali brasiliani del 1950 (quelli della ripresa dopo il 1938) con una squadra vera, che potesse far sognare il paese. Calcio e guerra continuarono anche dopo il loro paradigma e lo fecero questa volta ancora in maniera più stretta, l'una generando l'altra. Avvenne nel 1969 quando una partita di calcio , qualificazione per i mondiali di Messico '70, fece generare un conflitto vero e proprio. Honduras ed El Salvador, il loro martirio, lo iniziarono subito dopo il fischio finale di quel match. Durò cento ore, conto migliaia di morti, circa 6000.Il Salvador che sta sul Pacifico ambiva alla conquista dell'Honduras che sta sull'Atlantico. Una sfida che El Salvador aveva vinto per 3-0 in uno stadio completamente circondato dall'esercito, con la Guardia nazionale a centrocampo con il mitra spianato, le bandiere dell'Honduras bruciate sotto gli occhi della pazza folla. Una guerra che sarebbe in ogni modo scoppiata e che il calcio accese. I giocatori dell'Honduras, almeno alcuni di loro, non ce la fecero neanche a raggiungere la frontiera dopo la partita, perché fu chiusa prima. Alcuni mesi dopo El Salvador andò ai mondiali, nel girone di Belgio, Messico e Russia, e c'era chi come Mariona, Rodriguez, Rivas o Monga, aveva appena perso membri della loro famiglia, in una guerra e per un partita, che proprio loro avevano giocato. Fu quella la prima guerra del football. Ci pensò poi Diego Armando Maradona a sistemarne una di guerra; Puerto Argentino per i sudamericani, Port Stanley per i britannici, visse un pomeriggio particolare quel giorno del 1986.Quando Maradona saltò davanti al portiere Shilton e gli fece passare la palla con la mano sopra la testa, non si dimostrò solo l'inettitudine dell'arbitro marocchino Alì Bennacoeur, per il quale un arto superiore o inferiore del corpo umano, per il calcio, erano uguali. Fu soprattutto la rivincita di una guerra che aveva visto argentini e Inglesi protagonisti solo quattro anni prima, in un territorio d'oltremare, Malvinas o Falkland che sia. L'Argentina sobbalzò definitivamente quando il Pibe dribblò mezza squadra e segnò il secondo gol e la gente scese in piazza. Nel 1994 in Francia, Usa e Iran riuscirono anche a guardarsi negli occhi, non solo con un mitra in mano. E vinsero gli iraniani, dimostrando che nel calcio come in guerra esiste un'inesauribile capacità di sorprendere, arte dell'imprevisto quindi. Quando meno te l'aspetti salta fuori il nano che impartisce una lezione al gigante.
Alla fine della contesa, per ognuno, scrive Galeano, una meritata salva di fischi saluta la squadra vinta. Il tutto come un'epica vittoria, con sangue, sudore e lacrime. Sia nel calcio sia nella guerra non sono state spese le ultime. Lo dicono quel l'Israele-Francia giocato a Palermo, con polizia sugli spalti, lo dice uno come Gino Strada che nell'Afghanistan martoriato, nei suoi ospedali, ha amputato gambe a bambini che sognavano un gol. Lo dice la geopolitica mondiale che ha cancellato la Jugoslavia e che manda alle qualificazioni di Euro 2004 al suo posto la Serbia-Montenegro. Cancellando dalla storia, per una guerra, una finalista degli europei del 1968, vinti proprio da noi, a Roma. Ed lo dicono anche i quartieri di Bagdad, dove giocava il piccolo Tirik, quindici anni, che oggi non c'è più. Tutto è ancora lì a testimoniarlo. Ora.


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