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Carletto Bergoglio, Corvara ed il pianto dell'ultima B

Spezia- Salernitana, il ricordo del triste meriggiare pallido ed assorto.

Carletto Bergoglio, Corvara ed il pianto dell'ultima B

- Bello non è, belloccio neppure ora. Carletto Bergoglio è Carletto Bergoglio. Zigomi arrossati, pastrano d’annata, vive in quel di Corvara con la moglie Annalisa. Voleva fare l’attore, in una di quelle commedie che raccontano la vita come gli sputi d’acqua. Era considerato poco più di un guitto, uno snodabile burattino da giovane, in carne ed ossa per facili e grasse risate.
Spesso però lui non ci andava alle prove, specie se erano di domenica; la domenica era sacra, il Picco era sacro, ed era come una festa popolare e per nulla al mondo Carletto voleva mancare.
Lui irrideva la vanità, ma non avrebbe profanato mai il calcio.
Carletto è ancora vivo, stenta chiaramente un po’, è un mio grandissimo amico. Lui guarda la tivvù ma del dramma dell’uomo se ne frega. Per lui la parola è effimera, ed è convinto che l’uomo sia fatto appositamente per sgranocchiare il cranio del suo simile.
Carletto ha una malattia oggi che non è l’età, invereconda. E si è fatto un’idea da buon cristiano: a Pasqua Domineddio diventato Gesù risorge, noi cristiani andiamo in chiesa e ci genuflettiamo al mistero, ci prendono l’anima i ricordi più suggestivi. Perchè non sia mai risorto lo Spezia proprio non lo concepisce.
Lui la domenica delle Palme festeggiava da bambino, ma già in età adulta il calcio cominciava a trapanargli la mente, insieme alle sue passioni, e concepiva di comprare, appena usciva, Il Calcio Illustrato. Cominciò prestissimo a maturare la malattia di oggi: lo Spezia.
Lo colpivano ed affascinavano i suoi pionieri, i suoi cannonieri dal tiro prorompente, irsuti e splendidi atleti. Quanto tempo è passato.
Si era tanto invaghito della squadra che aveva proposto alla moglie di comprare casa sulla Litoranea mollando quella di Corvara; la domenica al Picco, gli altri giorni a guardarlo. Il suo era un mal sottile e non sopportava certe furbizie marinaresche. Il suo idolo era Wando Persia, uno che abitava ai Buggi e che aveva fatto il libero con Barbieri contro il grande Torino, e poi allenato lo Spezia.
Ma Carletto amava Wando soprattutto per quella frase:”Il Picco, quando gioco, è come casa mia; e tu vorresti che un avversario venisse a casa tua e ti spostasse i mobili?”.
Mi chiede sempre di me, di cosa faccio da giornalista; gli dico che mi frega la partecipazione solidale con i giocatori, ma come giornalista non sono amico di nessuno. Gli dico anche che oggi in Italia secondo me non esiste un allenatore ideale, un giocatore ad hoc, e l’ambiente è pieno di naif e gente popolarescamente furba. E’ un mondo ed una città “ad minchiam”, come dice spesso Scoglio. Siamo entrambi figli di gente modesta, non siamo cioè mai stati ricchi.
Se non di calcio e di Spezia. Carletto però stasera mi ha chiamato e mi ha chiesto della partita di mercoledì:”Ho un mal di stomaco, sono dubitoso se tornare a vederla…. Non so se ce la faccio… è l’unica partita che mai vorrei….”.
Lui è rimasto a quel 17 giugno del 1951, eravamo in B, ed in campo quel giorno c’era contro la Salernitana al Picco, non certo una squadra provvida di emozioni, dal gioco sonante, ma una nave che si accingeva a prender il mare…della C.
Carletto se la ricorda quella domenica: ”Lasciai Annalisa, mia moglie, ed andai allo stadio. Dovevamo vincere ad ogni costo, non lo facemmo”. Spezia e Salernitana pareggiarono 1-1, segnarono prima i campani sotto la porta lato Buggi, con un certo De Andreis, un gol stupido con un tiro da lontano che filtrò tra mille gambe. Pareggiammo con la forza della disperazione con Frugali, ma era tardi.
Una stagione disgraziata, con 45 milioni di debiti neanche ripianati dalla cessione di tutti i più forti, ci avevano messo alle corde. La Salernitana con Taccola terzino destro e la riserva Doardo come centrosostegno, per le assenze di Manlio Scopigno e Pangaro, fu la vera protagonista della giornata perché con il pari raggiunse la salvezza per se stessa per altre altre squadre. Con il Treviso che pareggiò a Modena. A sette giorni dalla fine del campionato, lo stesso per la retrocessione, verteva oramai su due sole gare Treviso-Pisa e Livorno-Spezia con i veneti che avevano un punto in più dello Spezia, ed ai quali sarebbe bastato battere un disinteressato Pisa per salvarsi ed a noi non sarebbe servita neanche la vittoria di Livorno.
”Usciii dallo stadio incrociando dopo un’ora alcuni giocatori, erano distrutti, avevano capito; Fabbri, Malavasi, Pramaggiore, avevano capito eccome. Tutto sembrò il giorno dopo l’uotimo giorno di Carnevale………ceneri…e tristezza.”.
Sette giorno dopo, al 10’ del primo tempo il Treviso già vinceva e noi eravamo già in dieci per l’espulsione di Mocca a Livorno. Perdemmo e finimmo in C, da dove non siamo ancora usciti.
Il bello è che ci furono casi di corruzione ed il Livorno inoltrò un ricorso, con lo Spezia a ruota. Si parlò di “fondata convinzione a carico del Legnano”, ma tutto finì in una triste bolla di sapone. IL presidente del Legnano? Tale ingegner Barassi, che poi sarebbe diventato presidente della Federazione. Un po’ come se Siena e Palermo facessero oggi causa al Milan, con presidente Berlusconi e Galliani vice.
Stò cercando con forza di convincere Carletto a venire allo stadio mercoledì, e so che non ce la farò. Spero solo che la squadra vinca, per se e per Bergoglio, sempre più scarsicrinito, gli regali un successo che per lui è il capolavoro. Finchè avrà occhi per vedere l’alba, anima per riceverla, sperando che i vizi non l’accoppino prima, lui chiederà quel risultato, Spezia-Salernitana, l’ultima B.” Penso – ci ha detto salutandoci- dunque sono. Che cosa sono, poi, poco importa'.

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