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Caro Mario

la scomparsa di Mario Pandullo, tifoso vero

Caro Mario

- Ci sono degli articoli che perfino un cronista a volte non riesce a comporre, solo che la vita te li infligge quando meno te lo aspetti ed è come una catena che imprigiona il piede di un galeotto. Ed ogni parola è un’arrampicata, perché diventa qualcosa di difficile. Scrivo dopo aver appreso la notizia della scomparsa di un signore di 88 anni, Mario, il papà di un caro amico. Un uomo saggio che avevo conosciuto tanti anni fa, tramite un familiare. Il verbo usato che ci aveva accomunato quasi da subito era: tifare per lo Spezia. Mario era l’incarnazione vivente di ciò che un giorno trovai nel vecchio articolo che conservo come una Bibbia, di un collega che nell’intervistare Riccardo Carapellese, si era sentito dire:”Bisogna stare sempre vicini allo Spezia, che i vecchi vadano sempre allo stadio con un giovane, il loro figlio, allo stadio in due, mai soli, per unire l’ieri all’oggi con la certezza del domani”. Io, Mario, buon’uomo in tutta la sua pertica, lo avevo visto sempre andare allo stadio in due, insieme al figlio Alberto, al quale aveva evidentemente trasmesso la grande passione per quella maglia. E con lui aveva girato l’Italia e poi il mondo, seguendo anche il Milan, l’altro amore. Quei due sono usciti dal Bentegodi di Verona dopo il 5-3 che costò al Milan lo scudetto nel 1973 come da Tolentino, ed a Padova, l’1 maggio del 2006, avevo visto quell’omone liberare la cosa più sacra che un uomo ha. La lacrima, perché lo Spezia era risalito in B. Si conteneva, ma esprimeva così quello che era una sorta di grande rivincita. Come tutti i tifosi aquilotti, si chiedeva da anni dove stesse di casa la fortuna, e lo aveva scoperto improvvisamente quel giorno. Classe 1919, Mario le aveva visti passare tutti dal Picco, dai Costanzo ai Persia, ai Tomà, ai Vallongo, ai Sonetti, fino a Zaniolo, meteore e campioni, picari e stelle. Nulla lo aveva scalfito dall’abbandonare mai il suo posto allo stadio. Non c’era sconfitta o macchia, nuvolaglia o pensiero. Questa è fede, con un Dio tutto suo. Però quella strana parola, partita, oggi diventa dura da spiegare. In tutto e per tutto. Una gara da giocare come una persona che se ne va, partita per chissà dove e tu che imbratti la carta nel tuo delirio di scrivere e di vivere di calcio con tutte le tue ossa, confondi per un momento il significato. L’addio a questo personaggio è amarissimo e viene dopo quello a Rostagno, Tommaseo, Giovando e Scarabello; non tutti hanno la stessa radice ma tutti hanno la stessa direzione, la via maestra per uno stadio di calcio. Forse non lo hanno mai saputo, ma finiscono per aver abitato per anni nella stessa storia. E come se da un libro, forse uno di quelli più belli e degni della più polverosa libreria, tu togliessi i capitoli più belli, più sacri. Gli uomini di sport, quelli che amano il calcio, non hanno mai età, non hanno addosso la mestizia del tramonto, quelli del Picco hanno il dono di essere le stesse persone che sessanta anni prima erano un’alba chiara. Capiterà anche ai giovani di oggi, un giorno. Chi invecchia si trova su una salita ripida, si accorcia il fiato, ma a qualcosa si aggrappa sempre. Mario ogni mattina usciva, comprava il suo giornale e, come mi disse un giorno “salto tutte le pagine inutili e vado allo sport, cerco notizie dello Spezia”. Poi, ieri quella telefonata, ed una scossa dal cielo. Ciao Mario, di più davvero non ce la faccio a scrivere.

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