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Cristo e la locomotiva

Perdere è un arte

Cristo e la locomotiva

- Un giorno su un giornale brasiliano, era settembre, Stato di San Paolo, comparve un articolo stranissimo sull’amore che la gente aveva ed ha tutt’ora del calcio:”Beati coloro che non confondono la sconfitta della nazionale della Lapponia da parte della squadra della terra del Fuoco, con la vittoria della nazionale della terra del Fuoco sulla Lapponia, perché essi non saranno preda di sentimenti di guerra. Ma soprattutto beati coloro che non si intendono né aspirano ad intendersi di calcio, perché di essi è il regno della tranquillità”. Ci vollero giorni per cestinare tutte le lettere che arrivarono al quotidiano. Il cronista, dal suo pulpito, continuava per settimane a spiegare alla gente che vive solo chi vive il calcio, il resto va da se. Poi se ne andava a vedere le partitelle giovanili come le gare della nazionale carioca, e le raccontava ancora con la stessa passione. Il preambolo serve, perché oggi che il nostro calcio lo leggono solo le Sim dei telefoni e ti tocca di andare in Svizzera per parlare tranquillamente con un arbitro (quando lo facevi in pizzeria, almeno io una volta l’ho fatto), serve un passo indietro. Così vai alla ricerca di dove il calcio è veramente una sorta di malattia indelebile, che ti macchia la palle e non se ne va. Dove il pallone è parte integrante del tuo 730, del sesso con la moglie, del vizi dei figli, delle liti con la suocera, e non avrai mai il coraggio di stilare una classifica. Perché ti incazzi di più se perde lo Spezia in casa con il Genoa che se tuo figlio a scuola ha preso una nota o un insufficiente. E’ quella cosa che ti fa piangere più che a un funerale e che ti fa ridere più che al tuo matrimonio. Castronno di Varese, io li ho conosciuti. Sono quelli della Lokomotiv, una squadra così scarsa da perdere 27 partire su 27, e non è ancora finita. E’ una squadra amatoriale come un’altra, solo che come fai a divertirti quando perdi sempre? Loro, un carpentieri, un commesso, un poliziotto, c’è anche un collega giornalista che commenta il basket alla radio, ci riescono. Il mister dovrebbe dare qualche lezione a Coverciano:”Ragazzi, se siete in difficoltà, buttiamola nel bosco”, una sporta di rilettura di Nereo Rocco. La tattica annegata in una birra, ma, diceva un amico, qualche giorno fa:”Porca vacca, se Soda avesse detto così negli ultimi minuti della partita con il Pescara in casa o con il Modena, o al Picco contro la Juventus ora andrei a Crotone a godermi il sole poi allo stadio”. Perché si chiamano Lokomotiv? Non aspettatevi grandi cose. Molti di loro abitano in una via di Castronno vicinissima al tratto ferroviario. Giocano e perdono, poi perdono, poi perdono. Non li ferma più nessuno. Anzi, invece di diminuire, il numero di giocatori aumenta ed in tanti vogliono giocare:”Il sogno, ma dai - fa uno- almeno 3 punti prima della fine. Ma lo Spezia non è l’unica squadra che acclama alla sfiga:”Ci si è messa anche quella, racconta un altro- il portiere si è rotto due costole così ci siamo dovuti arrangiare. E adesso appena iniziamo a giocare tirano da tutte le parti”. Seconda storia, nostrana. Una volta il Cristo Re era la squadra dei dottori, dei commercialisti, dei ragionieri, dei cummenda; poi divenne la squadra della parrocchia ed infine oggi si è trasformata. La chiamano, enfaticamente, il Deportivo Cristo Re. Si sono andati a comprare le maglie in Argentina, uno stock , lo hanno messo in valigia ed usano quelle fino all’usura completa. Perdono appena un po’ di meno del Castronno, ma appena. Tutta nasce dalla passione di due coniugi, un ex terzino spacca caviglie che commerciava in biciclette con uno storico negozio in viale Italia tenuto dal padre, e sua moglie, argentina di Buenos Aires. Appassionatissimi di calcio. Tornati per una vacanza in patria della moglie, hanno comprato le magliette ed ora sono l’emblema di questo club.”A noi di vincere interessa relativamente -commenta Claudio, fratello della signora argentina, anch’egli però nato a Baires- ma tanto anche lo volessimo non è che ci riuscirebbe diversamente”. Combattono onestamente a caccia del loro derby, perché prima o poi qualcuno con le maglie del Brasile lo trovano. Alla fine aveva ragione lui, il cronista brasiliano di inizio racconto:”In fondo –concludeva sempre- se il Flamengo è tricampeone io vivo bene, cosa volete che mi importi il costo della vita?”. Che nessuno fermi il Dio del calcio, lasciatelo lavorare.

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