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Su due piedi-Dieci piccoli indiani in bianco e nero

Su due piedi-Dieci piccoli indiani in bianco e nero

- Dieci persone estranee l’una all’altra vengono invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island, senza sapere neanche il nome del generoso ospite. Dieci persone estranee tra loro, solo legate indirettamente l’una all’altra, vengono invitate in una società ricca, retta da un ricco padrone, senza neanche conoscere il generoso ospite. Eppure, si legge nel testo “ chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l’invito”. Pari pari oggi. Nel libro di Agatha Christie gli ospiti non trovano nessuno ad attenderli, solo una poesia che parla di dieci negretti e finisce con “nessuno ne restò”. Il bello è che quello della scrittrice inglese del Devonshire, è uno dei pochi gialli in ambiente chiuso. Ora provate ad immaginare la stessa scena teatrale ma con diversi personaggi e metteteci Jacopetti, Varini, Pane, Grieco, Vannucchi, Saudati, Cappellini, Ferretti, Di Canosa e Grammatica. Invitati tutti da un generoso ospite a sostare in un club. Ed alla fine “nessuno ne restò”. Ed il geniale capolavoro dell’impossibile possibile viene riflesso nel calcio, perché la storia che si scrive ieri è di quelle che il calcio pur conosce già, meno la letteratura. Un gruppo, cioè, che ha lavorato onestamente coeso, ma che, non retto dai risultati, se ne va, un po’ a strappi un po’ dritto.”Per gli ospiti intrappolati è l’inizio presto di un interminabile incubo” si scrive nel libro, tale quale sembra che vivano quelli odierni, nella storia calcistica, un po’ più paesana. Perché nel calcio nulla resta, tutto è in movimento; e l’errore più grosso che si può compire è proprio quello di pensare di fermare questa sfera che eternamente si muove. Un gioco perfetto, raccontano i francesi, il football, semplicemente perché la palla è una sfera perfetta. Comunque sia, oggi, o a maggio o a giugno, si chiuderà un ciclo, l’ennesimo della storia aquilotta. Che ha vissuto dal 1 maggio 2006 tante di quelle ansie da riempire una vita. Quello che serve è sicuramente un po’ di tranquillità, scelte dosate, un po’ di saggezza popolare, qualche consiglio dai tifosi, renderli maggiormente partecipi di una storia che è profondamente loro. Pedatori che amino la maglia non la certezza di uno stipendio; meno filosofie, e parole, che inaridiscono le menti, più passione di paese. Una squadra che sia la spada di una città, non un parto cesareo. Cercare di ricompattare uno stadio, oggi disgregato, ed andare meno a caccia di rimbalzi e seconde palle, perché, ed anche questo è storia, è con le prime che si vince, le seconde non servono quasi mai. Volpi è un presidente importante che ha preso via via la consapevolezza giusta di cosa sia il calcio, si è fatto la sua esperienza, ha capito. La tribù del calcio gli sarà eternamente riconoscente, di tanta abbondanza, ricordandogli che è andata allo stadio in attesa del miracolo per anni, ed anche se questo non si è materializzato, è riuscita sempre a tornare alla Messa. Per i dieci indiani, il riposo, dei guerrieri. Hanno combattuto e perso. Indiani, comunque sia, non giapponesi ignari che la guerra è finita. Altrimenti qualcuno li avvisi.Per la verità, e per concludere, ci sarebbe anche un undicesimo indiano. Si chiama Nunzio Lazzaro, di
professione bomber, uno che avrebbe pagato,e lo ha fatto,per giocare in maglia bianca. La sua storia aquilotta, si dice, sia finita un pomeriggio a Pescia, durante un ritiro della squadra. Riuniti a circolo,come in un centro di alcolisti anonimi, i giocatori chiarirono con Pane le loro posizioni. Lui attaccato, attaccò anche in quell’occasione e rispose alla grande
ad un mister che gli preferiva Saudati con una gamba sola. Almeno lui, ragazzo
sincero, si è scelto il finale da solo. A Chiavari.

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