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I racconti del campetto

Facciamo girare le parole (altrimenti sono guai)

I racconti del campetto

- Si, è vero, su quel campetto stretto, fatto di asfalto , con le scarpe non sempre adatte, con i gomiti larghi e le maglie ridotte male, con la voglia di diventare Rivera o Riva, abbiamo giocato un po’ tutti. La fortuna è avere avuto l’età giusta per fare calcio negli anni settanta, quelli di Italia-Germania 4-3, quando era ancora possibile giocare tra le macchine e tra le 127.
Era un calcio vero, ed il privilegio della mia generazione è da tenere stretto. Tirare calci per strada allora era un dovere, e poco importava se il passante si arrabbiava o se diventava difficile descrivere a misura un campo vero e proprio. Bello era che in un saliscendi continuo, non ti accorgevi neppure di quello che avveniva attorno. Era solo calcio. Quella che vi raccontiamo non è semplice nostalgia, ma un credo. Che viene in questi giorni narrato a dovere in un libro che passerà ai più inosservato ma che andrebbe divulgato come non mai: si chiama i Racconti del Campetto, è scritto da Paolo Campana (Ottokin), ed è dedicato a piccoli e grandi, con parte dei ricavi devoluti ad una Onlus.
Cercatelo e regalatevelo, ne avete bisogno tutti. Si capisce dal ritmo del racconto che non c’è nulla di attuale, che i reality sono solo un sogno da fantascienza e che il numero degli oratori sparsi per le strade è, era meglio, superiore di gran lunga a quello delle play station circolanti.
Diventa difficile oggi insegnare ai bambini la nostra morale calcistica, evidentemente malata, se non si è passati da quei campetti. Proprio in questi giorni si è aperta a l'Avana, a Cuba, l'XI edizione del congresso mondiale dello sport per tutti. Davanti a oltre 300 delegati il presidente del Cio, Jacques Rogge, ha sottolineato l'importanza dello sport per tutti e ha espresso preoccupazioni sul fatto che molti si stanno allontanando dalla pratica sportiva. Non ci voleva un simposio per capirlo. Secondo uno studio dell'Organizzazione mondiale della Sanita', meno di un terzo dei giovani fa abbastanza attivita' fisica da garantirsi uno stile di vita salubre. E gli altri? Ma fosse solo salute. Mancano i campetti, manca la cultura, mancano gli oratori, manca la poesia, mancano le vecchie maglie a righe senza nome e con solo il numero, manca il senso della vita, e perfino le 127.
Finchè il calcio rimarrà succube di quelli che lo governano, dei tecnocrati che lo programmano, non avrà mai scampo futuro; lo shock che oramai provoca in molte città d’Italia è troppo forte per non far danni; ci vorrebbe l’ironia giusta per fare una verifica del tutto. Ma questa non è possibile in un mondo dove anche i mezzi di informazione informano al contrario, e dove non si ha la capacità di spiegare il calcio nella sua essenza. Questi giovani oggi sognano di fare il divo non il centrattacco, hanno stentorea indifferenza per quello che avviene nella vita di tutti i giorni, perché dovrebbero esprimere il meglio su un campo da calcio?. Ognuno di noi ha qualche racconto del campetto di gioventù da raccontare, chissà cosa avranno i ragazzi di oggi da dire ai loro figli. La Spezia è una sorta di Finisterre in tutto questo, il calcio gira nelle parole. La squadra e la città non devono perdere questa identità un po’ paesana, dove il campetto resta il Picco e dove ci sono voluti 55 anni per rivedere la serie B. Devono rimanere sempre legati alla loro storia, alle loro maglie senza nomi, per forza di cose. Ho l’impressione che in questi ultimi tempi si sia voltato alto, si sia resa moda quello che era storia, e si rischia il capitombolo. Bisogna tornare di fretta indietro, e far girare la palla e le parole per ridare forza a tutto il movimento. La salvezza passa da qui. Il resto verrà da solo.

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