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Il Do di piede del signor Moore

Esiste una sola razza, quella umana.

Il Do di piede del signor Moore

- IL DO DI PIEDE DEL SIGNOR MOORE
Esiste una sola razza, quella umana

Non sono certo che il signor George Moore fosse un portiere in gioventù, ma così si narra. Si sa che era segaligno ed ogni mattina entrava con un aire solenne nella sua classe a Cambridge. Guardava gli alunni ed iniziava a spiegare l'opera sua, in particolare del concetto di bene. Definire la nozione di bene enumerando le qualità che le cose buone devono possedere. Facile no? Fa bene un gol di Guidetti o uno di Varricchio, basta che si vinca, fa bene vincere a Marassi, ma puoi perdere se giochi bene. Fa bene un bel figurino di tornante, dal gioco sinuoso, uno che corre ansimando come Coti e Ponzo.
Il giudizio sulla bontà? bisogna solo chiedersi se lo stato di cose considerato sarebbe buono se fosse la sola cosa esistente, diceva Moore. Giusto? non può significare che 'causa di un buon risultato'. Comunque, le conseguenze moralmente rilevanti delle nostre azioni possono protrarsi indefinitamente nel futuro e pertanto non ci è possibile sapere quali azioni sono giuste e quali sono sbagliate, ma concentrarci sui prevedibili effetti immediati che probabilmente avranno. Ora, cosa possa interessare questa roba a quelli che gridano lividi paonazzi ad ogni gol, che sono pronti a recitare rosari sugli spalti, che ipnotizzati dal pallone che esercita un fascino perverso, si fanno atrofizzare le loro menti (calciatori, tifosi e giornalisti intendo) e coscienze e si lasciano trascinare, non lo so. O meglio, potrei, ma resta difficile. Nel teatro calcio, i calciatori recitano davanti a gente con l’anima in sospeso, ma proprio l’opera, scritta da tutti loro, si burla dell’autore. Spesso. Il suo sviluppo, diceva Galeano, segue pedissequamente l’umore e l’abilità degli attori ed in definitiva dipende dalla sorte che come il vento principalmente soffia dove vuole.
Ma l’uomo. L’uomo sa cosa dipende da lui, una famiglia, una vita, una storia, un pallone. Capisce cioè dove deve andare e lo fa da bambino. Moore era un insegnante inglese che chiedeva ai ragazzi di capire cosa era il giusto, non discuteva di un rigore, e non lo voleva valutare ora. Uscendo dalla sua classe amava sempre dire che “esiste per tutto questo una sola razza al mondo: quella umana”.
Spegneva i colori, dava una identificazione certa alla vita. Fosse su un campo di calcio o meno. Una sola razza, cancellando quindi tutto quello che si può odiare in tema di razzismo e che il teatro calcio amplifica, perchè infondo è un teatro in maschera. Una volta quella di Santo per il calciatore, una volta quella di Gesù Crocefisso per i tifosi, una volta quella di saccente per il giornalista. Ma una razza che vive e che risponde a domande nell’immediato, valutando davvero quello che è il giusto, che non sempre è causa di un buon risultato. Anni fa, il giocatore si chiamava Ekong Prince Ikpe, un ragazzo nero entrò sul terreno del Picco e per tutta la partita un gruppo di tifosi gli regalò mille bu-bu bu bu insulsi, senza dettato, beceri. Capitò ancora, ed il nero questa volta si chiamava Aliu, e capitò una terza volta, e stiamo parlando di tempi recenti, e questa volta il ragazzo nero si chiamava Makinwa Stephen Ayodele. Poi i tifosi si calmarono, perché ci fu, almeno spero, quasi una presa di coscienza, per dirla alla George Moore, una percezione di quello che era il giusto, cioè quello che era veramente causa di un buon risultato.
Si adattarono, qui meglio che in altre piazze, perché quei bu bu beceri si sentirono ancora e si sentono oggi, in ogni stadio del mondo. Il caso inscenato da un attore del teatro calcio, Marc Zoro, ha fatto scalpore ma fino ad un certo punto. Tanta demagogia, la voglia di non parlarne e quella frase sintomatica di Delio Rossi, tecnico della Lazio, una sorta di uovo di Colombo:”facile risolverla, si conoscono tutti quei tifosi, si sa dove si mettono la domenica, li puoi andare a prendere uno ad uno, ma non lo fai”. Sembra facile.
Oggi il destino però è strano, anche se val bene significare che La Spezia il suo teatro calcio lo ha sempre contornato con intelligenza. Manda nel teatro e tra gli autori uno di quei ragazzi neri, o almeno si dice dovrebbe arrivare. Alain Behi è francese anche se nato ad Abjdian, in piena Costa d’Avorio.
A Catania è capitato nel pieno di una contestazione, si è fatto apprezzare lo stesso, si è beccato i suoi bu bu bu non facendoci caso più di tanto. Viene da Francia e Belgio dove forse più di noi hanno idea precisa sul fatto che l’unica razza possibile sia quella umana, anche se proprio in Francia da poco sembrano sporcare quel bel fenomeno di integrazione che si nota da Monmartre ai Campi Elisi. Se Behi verrà tesserato non sarà come Pinto Fraga, il piccolo Wellington, rimasto praticamente in valigia, ma verrà esibito. Sarà il primo nero in maglia bianca. Sarebbe bello che i tifosi non solo oscurassero il teatro dai Bu bu bu beceri, ma zittissero quanti, dalle altre parti, proveranno a lanciare l’insulto. Un do di piede, fatto con la gola.
ARMANDO NAPOLETANO
il secolo xix

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