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Il calcio è la cultura di un popolo

no al made in Thatcher

Il calcio è la cultura di un popolo

- Segnatevi questa data, 6 novembre 1965. Durante una partita a Londra tra il Brentford ed il Millwall, una bomba a mano viene lanciata in campo dal settore occupato dai tifosi del Millwall. Il giorno dopo il Sun esce con un titolo quasi profetico:”The war is on”. Siamo in guerra:”A poche ore dal momento più
buio del calcio britannico- si legge- il lancio di quella bomba dimostra come i nostri tifosi possano rivaleggiare in tutto e per tutto con quelli sudamericani”. Dopo quell’incontro furono risse continue all’esterno dello stadio, con gli inglesi preoccupati anche di come si sarebbero svolti i futuri campionati del Mondo. Eppure gli stessi media avevamo così amplificato, in senso negativo, fatti cruenti capitati solo un anno prima in Perù-Argentina:”La spinta della violenza deve essere controllata e lo sarà”. Passano più di 25 anni da quel momento a quando la lady Margharet Thatcher e più tardi, affinandola, Tony Blair consegnano alla storia quella che i media, in maniera un pò artata chiamano la football disaster act, la legge che vige in Inghilterra per il calcio. Implicito, solo a fare due conti, che si sia arrivati a risultati apparenti (perchè tali sono, leggi i casuals di oggi, l'Inter City Firm, le botte di Lille, i 34 arresti di Londra per la FA cup tra gli Spurs ed il Chelsea) solo dopo molto ma molto tempo, e sotto quegli anni non è passata solo birra ma anche l’Heysel ed una norma di legge che blindava anche i giornalisti obbligati a restringere notizie su scontri negli stadi). Pochi anni dopo, 1974, Paul Harrison, quello che descrisse una volta le fratellanze ed inimicizie tra tifosi con la famosa legge del Beduino (l’amico di un amico è un amico, il nemico di un nemico è un amico, il nemico di un amico è un nemico, l’amico di un nemico è un nemico), riuscì ad intervistare un tifoso, che aveva partecipato a fatti incresciosi durante e dopo Cardiff-Man utd:”Io vado alla partita per una sola ragione, la rissa, non posso rinunciarvi. Prima della partita andiamo in giro come fossimo persone rispettabili, poi chiediamo l’ora a qualcuno che non sembra dei nostri e se risponde con un accento di fuori lo picchiamo”. Un gesto che deve essere rimasto negli annali e fatto proseliti, io lo vidi e lo toccai con mano dopo uno Spezia-Rimini di play off, al semaforo di Viale Fieschi, rimanendo davvero allibito. Chiesi ad uno dei tre ragazzi con la cinghia in mano:”Ma che c.. fate, fermali”. E lui mi guardò rispondendomi:”Perchè?”. Ci volle la polizia. Prima storia. La seconda è leggermente diversa; tramite alcuni colleghi, riesco a conoscere due giornalisti danesi. Uno con il grigio sulle tempie, l’altro decisamente più giovane. Non conoscevo i roligans ed il nome mi imbarazzava. Seppi ed apprezzai. “Esser un roligan, un tifoso danese, significa soprattutto far parte della folla e assistere ad una vittoria, ma anche stare insieme ad altre persone, magari di ceti diversi. Si , anche tossici, o gente strana che riesci ad abbracciare dopo un gol, ma che magari con te condivide solo 90 minuti domenicali, niente di altro. Hai una fantastica sensazione di essere uniti. Trovi sempre qualcuno che con ironia riesce a sdrammatizzare”. Ma tu guarda, pensai. Chiesi allora la cosa più banale: scusa ma se perdete, fate festa comunque? dove vivo io dopo la partita se perdi sembra il mercoledì delle ceneri:”Certo che è grave se perdi, perché rovina la festa, ma non casca il mondo. E’ solo un questione di mentalità, di reazioni stupide”. Poi mi informai meglio, si entrava in un modo che conoscevo poco; finchè trovai una statistica. La maggior parte dei roligans ha vissuto l’esperienza di giocare in una squadra di calcio, l’ha fatto il 76 per cento. C’è un forte bisogno di interazione sociale. Due le loro mete: i forti consumi di birra e l’ironia. Scoperta: i tifosi danesi sono quelli che viaggiano di più al mondo:”Si -mi rispose uno- ma in Ungheria ed a Wembley ci hanno rincorso anche nei bagni. Mica bello e piacevole”. E giù a ridere. Terza fase, il paesello, il Picco; curva particolare, piena di colore, davvero non antisemita anche se capace di insistere su un coro che classifica i toscani piuttosto vergognosamente. Pochi gionri fa sono stato in una scuola aparlare a dun gruppo di quarta geometri ed ho affrontato l'argomento. Ecco la riposta di uno:'Si, lo so cosìè la shoah, ma sono lì, canto che sono ebrei.E' una cazzata e basta'. Non capisco e non mi adeguo. E sarebbe l’ora si smetterla. Ma è un dettaglio, seppur importante. Ironia, coreografia, pecore nere, che spesso non si riescono a gestire neanche dall’interno. Una minoranza. Due magari con le bombe carta in tasca, 3500 con il cuore che fa bum bum per davvero se solo la palla rotea nell’area avversaria. Origine sociale più vicina ai danesi che a quelli inglesi ( il general register britannico parla del 50 per cento circa di gente che in curva ci va ma nella vita è sotto occupata o senza lavoro). Nessuna disserzione sociale, non è un pistolotto moralista, solo un descrivere dei fatti, realisticamente. Faccio il cronista, non l’agronomo, anche se qualcuno (su internet) mi ci manderebbe volentieri. In questa città quando ti metti a fare analisi, finisci per essere definito un santone o un presuntuoso e sui muri dei tifosi il giornalista non è mai amato. Compartimenti, mentre il treno viaggia nella stessa direzione, ed è questo il bello. Ma è chiaro che i tre poli che proviamo a spiegare abbiano assonanze: gli inglesi, i danesi, noi del paesello.
Credo quindi sia giusto dire che la cultura del calcio si sviluppi in conformità con la cultura di un popolo, di una città, di un paesello; qualunque sia l’espressione di tale cultura, e come ognuno dei tre esempi abbia sviluppato una significativa cultura nell’ambito della società propria. L’aderenza ad una classe sociale? Come viaggi, opinioni politiche, atteggiamento sociale, un’ampia gamma di posizioni, ma qui entriamo nel difficile. Perchè quindi, da parte del decreto Amato, partire dalla repressione, cioè dalla punta del fenomeno, perché paragonarci al modello inglese, perché non analizzare la portata e l’effetto di una legge necessaria, ma così com’è scritta, difficile da metabolizzare?. E soprattutto: i nostri politici capiscono la cultura del calcio e la collegano, conforme, a quella del popolo? Non sono tanto le risse spontanee tra tifosi, gli arbitri in fuga tra gli insulti della folla (sempre visti, finale dei mondiali del 1930, leggetevi la storia), gli striscioni ironici, i tamburi, il gesto dell’ombrello di Moratti o quel mito di Galliani che sbraita livido paonazzo dopo il gol, ma la violenza organizzata e programmata che deve preoccupare. Quella però non era necessario cercarla sulle vecchie scalee degli stadi, bastava andare a Scampia o nei sobborghi di tutte le città, Catania, Torino, ed anche la nostra. Non ci voleva una legge.

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