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Il gol più lungo del mondo

Guidetti Tribute

 Il gol più lungo del mondo

- Quando il calcio smise di essere una cosa da ricchi, da inglesi, nel Rio del Plata nacquero i primi club popolari, che raccoglievano operai delle ferrovie, dei cantieri e del Porto. Un giornalista di allora scrisse che “quello era il football”, l’esatto connubio tra la gente più mite e la gioia del pallone. In Italia da sempre è più o meno così, se qualcuno benpensante non si mette nella mente che i facili lustrini, le televisioni, Sky e Cristiano Ronaldo, Deco e Mourinho siano veramente il pallone. Questo e quel calcio hanno però una cosa in comune: l’idolo. Quello a cui, come scrive Galeano, un giorno la dea del vento bacia il piede, il disprezzato e maltrattato piede e da quel bacio nasce qualcosa di inenarrabile. Uno che comunque sia è venuto al mondo abbracciato ad un pallone. Quattro anni fa, quando arrivò Massimiliano Guidetti, nessun pensava lontanamente che il suo piede fosse cercato dalla palla, ne avesse bisogno in maniera viscerale. Ci volle una gara con la Carrarese in coppa e subito la trasferta a Sassari per far si che la sfera e quel giocatore conversassero all’infinito. Un signor quasi nessuno, con un cognome ingombrante di un papà che aveva giocato ai massimi sistemi, quelli condannati a segnare solo con le maglie variopinte di Lumezzane o Biellese. Ma poi, 4, 10, 12, venti, 31, fino a 58, arrivavano i gol ed il pallone rideva, se lo corteggiava, ed i papà sugli spalti provavano già pietà per i nipoti non ancora nati che non lo avrebbero mai visto al vivo. Gli altrui papà, perché il suo, Mariolino, evinto che c’era da soffrire, stava lontano da quello stadio. L’idolo è idolo mai per un attimo, superando l’umana eternità, e colorando continuamente di visioni fantastiche i sogni di grandi e piccini. Da scrivano ho sempre fatto fatica a parlare ed intervistare Massimiliano; riservato, schivo, alla prima domanda ti aveva già risposto per la terza, esaurivi il dettato. Lo apprezzai da matti il 31 ottobre del 2004 dopo la doppietta al Lumezzane segnata al suo amico Borghetto, quasi imbarazzato ad esultare; e poi quella rete al Cittadella che regalò la finale di Coppa Italia, decisa anche da una sua altra segnatura rapinosa, insistita, caparbia. Lo Spezia che nulla aveva vinto fino ad allora, che iniziava a vincere. Il 19 dicembre 2004 il gol non gol segnato al Vittoria, lui che entra in scivolata con Saar, passando per l’indimenticabile sera di Pisa. Ma l’anno dopo, solo l’anno dopo, si materializzava il sogno di B, che passava dai suoi piedi. Il 24 ottobre, contro il Teramo in casa, segnò un gol meraviglioso, fatto di dribbling e fantasia in un fazzoletto, la stella cominciava a fare il suo viaggio. Pochi mesi prima l’Internazionale, per salvare il bilancio dissestato, ne aveva proposto la cessione al Livorno per un milione di euro. Io intanto continuavo ad intervistarlo, ma non ne cavavo nulla, disegnavo solo zeta sul foglio. Il 6 aprile, nella partita con il Genoa, segna quello che per me rimane il gol più lungo del mondo, con una fuga bellissima ed interminabile che vede il difensore genoano Fusco dietro e Scarpi , il portiere che annaspa. Ha giocato con Bacis dopo neanche 1’, ora ,martella il resto della difesa. Gli rinnovano il contratto, 30 giugno 2008, a mio modo faccio notare sulla stampa locale che è troppo breve per una punta cosi’, un biennio. L’inizio stagione però in B è sofferto, e sembra che per il piede d’oro arrivi il tempo del piede stanco. Lo staff tecnico non lo dirà mai ma non è sicuro che lui sia all’altezza. Va anche in panchina, nel silenzio, poi contro il Pescara mette dentro la prima volta in B, ma si vede che non è tranquillo. A Novembre lo incontro con molti alunni di quinta in una scuola elementare, strappa applausi la sua semplicità, per ore a firmare autografi, perfino agli insegnanti. Il suo campionato però cresce ed in casa contro la Triestina, con un sinistro all’ultima strenua forza, fa capire che il suo piede è ancora buono, c’è fulgore e non oscuramento. A Gennaio pensano di venderlo, per sostituirlo con Soncin, non ce la fanno, sboccia una mezza rivolta popolare. A Torino il 10 giugno batte Mirante prima di correre sotto la curva. Ma nel play out soffre ed a Verona nel ritorno è in panchina. In questa stagione segna ancora, regala perle, capisce che attorno a lui c’è il buio di una società morta. Riceva a gennaio un sms:”Ti ho trovato la squadra del futuro, la Cremonese”. Guarda il messaggio, ride, ma tre minuti dopo ha dall’altra parte la persona che lo vuole cedere e lo invita a trattare con il club lombardo. E’ incredulo che un amore possa finire con lo scatto alla risposta. Capisce che sta finendo una storia e si intristisce, lascia la scarpa per terra, la raccoglie in alcuni momenti fulgidi come quella rete con il Cesena che fa tremare il Picco per tanti minuti. Ha il merito di non perdersi mai, perché alla fine di una carriera l’idolo del calcio cade sempre ed a volte, quando si rompe, la gente ne divora i pezzi. A lui non capita, resta comunque sia fonte della felicità pubblica di uno stadio. Ha quel pregio di non uscire dal Picco con un vestito che avrebbe più rammendi di un pagliaccio. Contro il Grosseto, Soda mi ha promesso lo sostituirà a 15 dalla fine, per regalargli il giusto tributo, l’applauso più bello della sua carriera. Esce da campione, dentro una fabbrica di spiantati. Ho sempre raccontato che fare il giornalista è un lungo viaggio tra il piacere ed il dovere. Se l’ultimo me lo ricordano i miei capi servizio ogni giorno, il piacere in questi quattro anni è stato legato a te, piccolo grande campione. Indimenticabile eroe di un piccolo popolo. A futura memoria.


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