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Le sei galline del bomber Igor Zaniolo

Fiorini, Ruggieri ed il colonnello.

Le sei galline del bomber Igor Zaniolo

- Scrivo per diletto e non per soldi, si sarà capito. Ci ho messo un po’ a ricominciare a scrivere per questa rubrica. La barba incolta e la stazza trigliceridica di Riccardo Morelli ci hanno provato più volte. E poi i ragazzi della redazione sono amiconi, alcuni li ho sullo stato di famiglia, un po’ come la tassa sulla spazzatura; ti chiamano e ti richiamano, l’idea si trasmette.
Vedere però che c’è ancora qualcuno che ha il sacro fuoco dentro del giornalismo è bello. Il giornale elettronico in questi due anni ha fatto miracoli.
Così ho rinforcato la penna ed iniziato nuovamente a battere sulla tastiera. Perché smisi? Come diceva Indro Montanelli bisogna abbandonare le rubriche prima che sappiano di muffa, bisogna lasciare dietro aria fresca e buoni ricordi, ed io spero sia stato così
Di certo ogni volta che usciva due anni orsono “il punto su Citta’ della Spezia.com” era tutto un casino; più scrivevo e più casino si generava. Visto però che c’è chi non si preoccupa della muffa e continua imperterrito ad atterrire i nostri sabati sera spezzini in tivvù ( io di Rino Capellazzi ho stima… ma credo che, per dirla alla Ennio Flaiano, ha un illustre futuro…alle spalle e sono generoso), ho deciso di ricimentarmi nel tormentone settimane. Certo mi fregherà quella partecipazione solidale che a volte ho con i calciatori e con gli atleti; per me Sanguinetti, che ho visto crescere su questi campi della provincia, è un fenomeno anche se esce la primo turno al torneo di Sao Puck, Corea disastrata del Nord, dal numero 5620 delle classifiche atp.
Veronese invece è..Veronese e neanche se mi segna in rovesciata alla Parola e le figurine Panini cambiano il logo delle bustine e ci mettono la sua foto mi diventa simpatico. D’altronde non lo sono neanche io per lui(“Non ci parlo con te testa di c…”). E tanti saluti. Si era “solo” arrabbiato perché, rimasto in panne sull’autostrada , non aveva raggiunto in tempo l’allenamento del Dominissini ed io da cronista che lo avevo saputo, gli avevo chiesto scherzando se era normale tutto ciò. Amen.
Dopo la scorsa stagione di certo ho perso un amico: il colonnello Dominissini, quello che qualche tifoso vedeva ogni mattina con tanto di decorazioni al petto, fare footing per la città ed impartire lezioni ferree al gruppo. Il manuale dell’imperfetto sportivo lo vedeva un po’ groggy, ma lui era diverso. Si alzava alle 6, andava al molo a parlottare con i pescatori della Morin, poi inforcava la macchina, andava a Ponzano a tastare il terreno degli allenamenti ed alfine tornava in sede dove studiava il pomeriggio in campo. Poi, dopo l’allenamento ristudiava, andava nella vicina TLS e si faceva mettere su un filmato di qualche squadra avversaria e tornava al Jolly alle 19. Cena ed a letto. Che colpa ne aveva lui se qualche giocatore poi corricchiava in campo come se fosse in piena digestione della crostata di albicocche appena mangiata?
Il colonnello era questo, dico la verità mai trovato un professionista così. L’anno fucilato quelli del Cremlino interista, il soviet supremo con la erre moscia. Se ne sta ad Udine, abbiamo perso qualcosa, con lui avremmo vinto, anzi solo con lui abbiamo vinto. Sono stato a cena con lui due volte, insieme a Siviero ed a Rabajoli. Due serata a parlare di calcio per quattro ore. Il colonnello mi manca. Nel mezzo è morto anche Giuliano Fiorini; lo apprezzavo, non eravamo amiconi, anche se per lui litigai di brutto con Carpanesi. Una parte della stampa ( tu pensa un pò chi) voleva il suo ritorno, io appoggiai Fiorini che voleva invece Cavasin alle prima armi. Ebbi più di uno scazzo con lui. Era uno vero ma anche uno difficile, simpatico ma dritto di schiena. Un giorno, dopo che al Genoa Simoni aveva fatto un repulisti facendo fuori Onofri e lui, chiese la parola negli spogliatoi e disse.”Mister, ma non gioco perché ho la lebbra?”. Lo mandarono a casa ad ottobre, San Benedetto del Tronto.
E’ stata l’estate della svolta societaria.E’ arrivata mezza Calabria, mezza Cutro, Ruggieri uno dalle idee chiare, Russo, un altro del Soviet per come parla ed armeggia, una specie di ministro delle finanze alla Amato ( quello che contava i giorni che mancavano ai pensionati per mandarli a casa e faceva la conta del risparmio). Poi Soda, centravanti pazzerello che aveva cambiato mille squadre. Si, sono già stato a cena con lui, è uomo di calcio, ma il colonnello era il colonnello.
Meno Inter, meno supplì, più pathos, mi sembra più una squadra di calcio ora che un’accozzaglia aziendale prima. E’ nata così una stagione importante, che parte senza proclami. Chissà che verrà. Nello scrivere di questi tempi, ho usato la parola: io mi ci arrampico a volte, che mi pare un secolo, né parete di montagna mai scalata, né sogno mai ricordato, solo la farfalla vagamente somiglia. Perchè le parole hanno ali. Proprio come la gallina o una squadra di calcio ( “ ed a pensarci bene la cosa mi sgomenta un po’” raccontava Gino Patroni). La parola è un dono, un segno, è l’arma e la difesa. L’ha usata anche Igor Zaniolo in questi giorni. Ed è qui che vorrei arrivare.”Aspettatemi al Picco, scelta di vita, se pareggiate l’offerta vengo, voglio rivestire la maglia aquilotta e ritrovare i miei tifosi”. Poi, ti fanno un bel contratto e tutto si trasforma in “Ho sempre voluto il Genoa, non ho guardato in faccia a nessun al momento di fare la trattativa, Genoa era in cima ai mie pensieri”. Igor Zaniolo, è questo che voglio insegnare a lui, non sa chi era Silver Machado. Un garzone di Bottega di Rio, aveva si e no 16 anni quando lo misero in campo per giocare Fla-Flu. Fluminense-Flamengo, altro che Spezia-Genoa.Una partita movimentata assai, piena di svenimenti in campo e fuori. Il Flamenco aveva appena visto la luce del mondo del calcio, era nato da una frattura interna della Fluminense che si divise dopo un lungo travaglio.
Ben presto il padre si pentì di aver messo al mondo il figlio e di non averlo strangolato nella culla ma oramai non c’era più niente da fare, il derby era nato. Da allora padre e figlio si odiarono. A Machado un giorno offrirono a Rio de Janeiro di andare al Fla; sei galline, un pasto alla Fazenda, pare anche una donna di facili costumi in uso per una settimana. Lui voleva il Flu e stentò solo quando gli fecero vedere le scarpe che lo avrebbero vestito a festa. Le toccò con mano ed accarezzò le sei galline ma guardando la luna , era una sera brasiliana, disse a voce alta:”Padre e figlio che giocano per un’amante che si prende gioco di loro, il calcio”. Divenne vecchio dove volle lui. Dal 1920 ad oggi sono passate tre guerre mondiali, Saddam, Hiroshima, i boicottaggi alle olimpiadi, l’Aids, l’influenza aviaria, la Sars, Paolillo, Zappasodi e Mazzucca Mari, tredici anni senza scudetto all’Inter, la telefonia cellulare, 54 anni senza la B allo Spezia, la gonna, la mini gonna, il perizoma ed il culo nudo; mio padre ha gli occhiali spessi persi nel lavoro in galleria, e mia madre quando gli parli di Batistuta ti continua a dire”tanti anni che cucino ma mai sentita questa pietanza”. E mia suocera comunista, che è sempre più incazzata con Berlusconi. Eppure se Zaniolo avesse accettato le sei galline avrebbe fatto la gioia di gente che vive per il calcio , di gente che ha, come ho scritto sabato in un editoriale sul Secolo XIX, un atteggiamento compulsivo, un tic nervoso, è un affioramento del subconscio. E come ogni patologia psicologica,per curarsi bisogna riconoscere innanzitutto di averla e poi avere una forte spinta interiore per uscirne. Sappiamo tutti di essere malati,ma nessuno vuole la cura E’ l’amore per una squadra che va al di là dei soldi.
Zaniolo resta una brava persona, con sei galline in meno e tanti soldi in più.
ARMANDO NAPOLETANO

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