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Ma il calcio non era una cosa semplice?

Ed al Picco, camomilla per tutti.

Ma il calcio non era una cosa semplice?

- MA IL CALCIO NON ERA UNA COSA SEMPLICE?
Ho visto Spezia-Spal ed oggi mi debbo accontentare: ho voluto contare le presenze dei giocatori della Spal nelle massime serie e confrontarle con quelle dello Spezia: un giochino forse da nulla, ma con i tempi che corrono, nei quali la tv ci ammanisce dei giochini più cretini della terra, vogliamo sottilizzare? Ho così avuto la conferma che i giocatori della Spal sono dei veri micchi, dei mister nulla, non hanno retroterra, non hanno storia , non hanno palmares ed articoli a sostegno. Quando parlo di Marco Veronese, parlo di scuola Inter, di un esordio in A a San Siro, della Reggina in B, del Chievo e dell’Alzano, di campionati vinti a Modena, del Vicenza ed ancora del Chievo che ne è sempre proprietario alla metà.
Ma quando mi sposto dall’altra parte e cerco di Selva, scopro un giocatore che calciava in porta con i colori del Bellaria e del San Marino, uno che veniva dai dilettanti e che ieri ci ha infilato. E poi leggo di Filippo Fedeli, cresciuto nella Fiorentina dove ha giocato due volte in A prima che lo mandassero a Gualdo, poca storia , se considero quelli come Bordin, che ti possono raccontare dei Sacchi, dei Lippi, dei Giorgi e dei Mandorlini.
E poi mi guardo la storia di Temelin, ragazzone di Pescara, nato nell’Atalanta ma poi spedito a Solbiate, Albino, Sesto San Giovanni e Treviso e non posso metterlo davanti alla storia di uno come Cristian Scalzo, 133 in B, più di 200 in C, un campionato appena vinto nel Siena. Il loro esclusivo sostegno, e parlo della Spal, è quel matto di Gian Cesare Discepoli, un signore un po’ ragazzone che quando lo intervisti e gli chiedi 3 minuti ti fa “ uno, al massimo uno…” e poi parla per due ore.
Un allenatore in doppio petto nel calcio di oggi, per signorilità anche se viene dal campi della provincia, perchè è lui che dimostra che non conta nulla nel calcio, neppure la più strampalata delle tesi: non contano i nomi, i divi i fuoriclasse, le protezioni politiche ed i denari, conta solo il cuore che ci metti, l’animo con cui giochi. Basta muoversi tutti sincronicamente avanti ed indietro, anche senza palla. Basta non smettere mai di correre, raccontava ai tempi di Foggia Zeman. Risultato? Da ieri sera la Spal può pensare in grande e noi guardarci l’almanacco. Diciamo che la sconfitta forse non ci stava, ma che oramai la squadra è scarica. La posizione di classifica ci preoccupa ben di più di quello che non dicano i numeri, anche perchè ora avremo le prime quattro della fila e nel girone di ritorno ne giocheremo ben 9 fuori e solo 8 in casa di cui 3 nel prossimo mese. Fare come ha fatto Zanoli, che ancora pensa nei play off, non è saggio ma in questo momento la cosa più importante è salvare la società, neanche la squadra. Nessuno può dire (e Zanoli ce lo ha detto in faccia in malo modo) che sono in una crisi finanziara, ma la realtà questo impone. Ed allora ci vuole pazienza; quella del tifoso, quella dello sportivo, quella dei mezzi di comunicazione, quella dei dirigenti. Alcuni hanno deciso di fare la guerra alla stampa, che non attaccherà, perché oggi una parte della stampa sembra l’Onu, e forse non serve a nulla. Me ne torno a casa anche con una consapevolezza amara: al Picco non può esultare un tifoso ospite, rischia botte da orbi, e chi se ne frega se sia del gentil sesso. Poi quando vedi anche un cameraman che lascia la sua telecamera e si fionda giù per la tribuna per menare il can per l’aia ospite, beh, allora la tristezza ha i contorni del pianto.

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