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Neverland

Mai contro un poliziotto da stadio

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- Giuro, mi riesce difficile scrivere. Avrei troppe cose da dire e raccontare. Chi mi conosce può sapere quanto ami il calcio, un modo di crescere e vivere. Quando sei un bambino di un famiglia semplice, che fa fatica come tante, il calcio ed il campetto di un oratorio ti pareggiano la dimensione con quelli che possono, vogliono, hanno. Ho scritto tanto sui tifosi, anche su quelli della nostra città, credo di avere colpe come tutti, in questi tragici momenti, perché in situazioni così siamo colpevoli tutti.
Però dico no ai violenti ed ai demagoghi, no ai retorici ed ai tifosi da spranga, no a quelli che vanno in gita con una bomba carta, a chi fa sensazionalismo e minimalismo, no a chi scrive che il modello inglese è quello da seguire, no agli stadi per tutti. Ho letto cose in questi due giorni dappertutto, che dovrebbero far vergognare seriamente chi le scrive anche se sono ignoti o coperti da uno pseudonimo. Alla fine di questo mese mi chiameranno a parlare ancora nelle scuole, lo faccio da due anni.
Il progetto Ultra Stadio è bello; sociologi, polizia, giocatori, insegnati, che vanno negli istituti a dialogare. Ma dovreste vedere chi avete davanti. Lo scorso anno al l’istituto Geometri, Cardarelli ebbi alcuni picchi di adrenalina. C ‘era chi non sapeva cos’era la Shoah, ma in compenso sapeva che “i toscani sono una massa di ebrei”, come recita il coro da stadio. Per 45’ più recupero è stato un diverbio continuo, io davanti a 21 anime perse. Quarta Geometri, signori, mica prima elementare. Li guardavo quei ragazzi, alcuni di loro frequentatori assidui di stadi, altri meno, un paio di ignari, pochi impauriti. Era sconcertante, prendevano in giro perfino il loro insegnante che accompagnava la lezione a scuola sulla cultura sportiva.
Ma il rapporto tra il calcio e la gente è questo, rapporti vietati e deviati. Bisogna avere la consapevolezza dell’importanza del fenomeno,e non dire che in Inghilterra è tutto risolto e che si tratta solo di calcio o sport. Se ci sono due frasi che mi fanno imbestialire sono “Il Calcio è solo uno sport” oppure “Ma dove credi di essere , allo stadio, che fai tutto stò casino?”. Divento matto. In Gran Bretagna hanno solo spostato l’Arena dove corre sangue e lacrime. Lì è la strada. 80 per cento in meno di incidenti dentro gli stadi, 67 per cento in più fuori. A Newcastle hanno uno stadio stupendo, ma c’è un film che racconta i suoi tifosi (“Regalati un Sogno”) che parla proprio della povertà che circonda all’esterno il fenomeno calcio. E c’è chi arriva anche a rubare la macchina di Shearer per comprarsi i biglietti. Siamo semplicemente alla ricerca di un’isola che non c’è, dove pensiamo di fare tutto quello che vogliamo, quando vogliamo, uscendone impuniti. Perché dentro lo stadio pensi di godere immunità.
Così avviene sul web, sui giornali, in tivvù. L’assoluta mancanza di cultura, ma sociale, non sportiva alfine, condiziona ogni virgola. Non vedo perché si dovrebbe avere stima del prossimo allo stadio quando non lo si ha fuori. Sgomento vero però provo quando si attaccano le forze dell’ordine. Lascio immaginare ai signori uno stadio senza polizia e celerini, in mano a chi? E con che scopo? Si, sono per le porte chiuse, ma sine die, non per una domenica. Finchè non si cresce e non si capisce che si può fino ad un certo punto, ma non tutto. Tim Parkrs, scrittore di Manchester, ma uno che abita da trent’anni in Italia, ha sempre provato a parlare del fenomeno tifo in Italia in maniera anche un pò goliardica:”Si può insultare un poliziotto mentre parli con la mamma al telefonino? Si può cantare Brucia il meridione, quando hai la mamma e la morosa napoletana? Come no, nel calcio italiano niente di più facile”. Quante volte ho sentito dire:”Io ero a Fano..io a Tolentino….io a Liverpool …io a Roma ….io qui…io là”. Ma il calcio cos’è, una patente a punti? Più giro più posso dire e fare quello che voglio? Acquisisco un diritto? E quale? Dopo il Museo del Centenario, quello che ha raccolto più paganti in assoluto alla Palazzina delle Arti, chiesi al Comune se entro un anno si poteva fare qualcosa ancora, magari sul calcio come passione, il colore, la sua storia. Mi dissero che nei prossimi 3 anni le sale erano occupate ed esistevano già progetti. Tutti in perdita economica, ma pronti. Tanto pagano i contribuenti. La vera differenza tra noi e gli inglesi ? ve la spiego con parole di una tesi, di Ludovico Mazzi, la trovate sul Web, Scienze politiche a Milano, mi sono piaciute: “I media sportivi italiani descrivono la violenza solo come un male della società con cui il calcio non ha niente a che fare, è un lavarsene le mani e c’è molta ipocrisia in questo atteggiamento: si chiede sempre alla società, allo Stato, alle forze dell’ordine di risolvere il problema, senza domandarsi (al di là di dichiarazioni di facciata) se realmente il mondo del calcio e media sportivi non possano fare qualcosa di concreto, visto che le responsabilità esistono e sono evidenti.
I tabloids inglesi, ma anche il resto della stampa e televisione, hanno sempre descritto lo hooliganism come un male del calcio. In particolare i tabloids hanno fatto fin dagli anni settanta degli hooligans un proprio cavallo di battaglia, un argomento sempre redditizio per sollevare il panico generale, sfruttando e contribuendo a creare una fobia nazionale soprattutto quando gli hooligans si recavano all’estero (succede tutt’oggi visto che è opinione generale che la violenza negli stadi sia una “malattia” che gli inglesi hanno esportato). In realtà i tabloids si sono sempre comportati molto male: bastava essere inglese e tifoso di calcio nei decenni scorsi per venire subito bollato come pericoloso hooligan e naturalmente questa convinzione è stata ereditata e accolta appieno in tutta Europa. Si possono riscontrare numerosi episodi sconcertanti che gettano ombre sull’operato di stampa e Tv”. No, non basta essere spezzino, catanese, pisano e tifoso per venire bollato come pericoloso. Ci vuole ben altro.

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