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Per brevità chiamato derby

editoriale

Per brevità chiamato derby

- Il primo era un paesotto che fu fatto Arsenale , la seconda una fortezza posta su una collina , poi città. La prima era incipriata di salsedine, posto di santi e marinai e poi di arsenalotti; l’altra di Papi. La decadenza di Luni, distrutta dai Saraceni, fu tra le cause della sua crescita. Innocenzo III ne spostò addirittura la sede vescovile dalla spopolata Luni. La Spezia rimaneva in alcune sue coste, Lerici, caposaldo genovese; Sarzana passava dai Pisani ai Medici. La prima è una poltrona davanti al Golfo dei Poeti, la seconda fu residenza Napoleonica. E la guerra? La Spezia fu la città con Taranto più bombardata nella seconda guerra mondiale, Sarzana ai margini della Linea Gotica. Entrambe forte fonte della resistenza partigiana. Non si amano, non si sono mai amate, non si ameranno mai. Ad entrambe ancor le palle girano. Specie come quando il Tribunale venne trasferito dalla prima alla seconda, scatenando un putiferio ed a girare non furono solo le palle, giusto 100 anni fa. Era l’anno del terribile terremoto in Sicilia e Calabria, la terra qui tremò più in là. Piazze, palazzi, strutture architettoniche, ville e mura sono diverse: la prima sfocia nel mare, ma non vi si bagna. Sarzana ha Marinella come finestra a bagno, anche se proprio quella zona resta la grande incompiuta. Alla Spezia le bande del Dumini, meglio conosciuto come l’assassino di Giacomo Matteotti, passavano; ma a Sarzana difficilmente arrivavano vive. Di recente si sono pure fregate tra di loro i Croceristi. Potevano trovare un accordo, una linea comune, un modo di pensare unico due leggende così? si, nel calcio. Nacquero una appresso all’altra, nello stesso anno, 1906; gli aquilotti fondati da uno svizzero Hermann Hurny, che aveva fatto esperienza in Inghilterra. La Sarzanese da un gruppo di giovani che aveva messo alla sua testa, un uomo di ingegno come Carlo Zappa e ed avvocato, Tamburi. Gli stessi stadi hanno storia comuni: Alberto Picco morto durante il primo conflitto, centravanti e capitano dei bianchi; il giovane Miro Luperi perito nella seconda guerra mondiale, portiere dei rossoneri. Ma la Sarzanese resta l’eterna meteora nel calcio, non riesce a salire in c1 anche quando la sfiora per davvero , proprio come lo Spezia rincorse la B. Ma poi ottenendola. E quella che per la terra del Picco diventa cultura calcistica, per Sarzana diventa intellettuale, da Festival. Al Picco raramente si dice oggi gioca la mia squadra, ma meglio oggi giochiamo. Anche quando lo stadio si svuota e le gradinate di cemento rimangono vuote, il Picco vive. Una solitudine di un io diventato, per quasi due ore, noi. Dimenticando tutto. Ogni cosa si sparpaglia e si perde, fino a tornare a rivedere il miracolo ogni domenica, anche se questo non arriva. A Sarzana tutto si ammorbidisce, il calcio diventa una cosa da pochi, basta la tribuna per i tifoso, la gradinata non serve, resta la tradizione di entrambe. Dire che quella di domenica è solo una partita sembra riduttivo: perché manca da troppo tempo, 1953-54, per pensare di vedere solo 90 minuti. E’ una storia vecchia come quella delle due città: chi perde perde per davvero e chi cade non si rialza intero. Non c’entra che si sia solo ad inizio campionato, perché i pezzi ne verrebbero divorati. L’unico che riderà sarà il pallone, anche se nessuno sembra nato sotto la stella del football. “Quelli che ho si equivalgono -ci raccontava in settimana Marco Rossi-non ne passa la differenza che si ha tra un Ibrahimovic ed un Ardemagni qualunque”. E’ calcio pane e salame, ma vedere al banchetto circa 5000 spettatori fa un certo effetto. Il problema, l’unico problema, resta la digestione. Dopo.


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