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Per la maglia, solo per la maglia

GIULIANO FIORINI, SPEZIA-BOLOGNA E RICORDI

Per la maglia, solo per la maglia

- Dicono che la tecnologia di punta del calcio di una volta fosse la strada. E la voglia di esserci anche nella miseria, quando in una partitella improvvisata, di colpo, c’è sempre qualcuno che inventa qualcosa. Il 21 giugno 1987, quando Giuliano Fiorini a spiccioli dalla fine, con una zampata di destro depositò la sfera alle spalle di Dal Bianco, segnando il gol che condannò il Vicenza alla C e permise alla Lazio di Eugenio Fascetti di accedere agli spareggi salvezza poi vinti, in molti capirono cos’era il calcio. Lui corse dritto verso la Nord, bacio la maglia e pianse. Lunedì 5 luglio 1993 me lo ritrovai davanti, quell’eroe, viso scavato, era nella sede dello Spezia, appena diventato diesse.Veniva dal San Lazzaro di Savena, dove, mi disse “ passavo molto tempo dietro la scrivania, quanto da attaccante nelle aree di rigore”. Aveva 36 anni, o meglio li avrebbe compiuti a gennaio. Era riuscito nell’impresa di strappare il posto a Federico Bonetto, che era oggettivamente del mestiere. Ma ad Enrico Angelini, l’allora diggì, piacque subito. Fresco del corso per manager che aveva presenziato a Coverciano con un compagno di banco amico, Eraldo Pecci. Seguivano le lezioni e ridevano, non li fermavi. Di lui mi ricordavo dai tempi del Bologna e del Genoa, le sue lunghe rincorse, quel fare a sportellate nelle aree di rigore, il carattere coriaceo, il viso già scavato. La sigaretta era ancora lì, al suo fianco, quando la conferenza stampa terminò. Con Cadregari al fianco, neo mister, erano l’esatta coppia, non un centimetro di meno. Circa due anni fa ci ha lasciato, dopo una lunga malattia in un ospedale di Bologna, dove negli ultimi anni gestiva con alcuni soci una ricevitoria Snai. Il numero 9 (ma contro il Vicenza quel giorno del 1987 indossava l'11, il 9 finì sulle spalle di Magnocavallo), nato a Modena il 21 gennaio 1958, dinoccolato, occhi scavati e pensosi, era entrato nelle simpatie di tante tifoserie. L’uomo, il giocatore o il collega, dissero al tempo, che 'era sempre con una lattina di birra da stappare, anche sotto la doccia a fine partita'.
Giocò nel Bologna (aveva debuttato in A il 9 febbraio del 1975), nel Rimini, nel Brescia, nel Foggia e nel Piacenza, prima di approdare al Genoa (dal Bologna in cambio di Roberto Russo). Segnò in un derby, legò con Onfri e Gorin. In maglia rossoblù aveva trascorso due grandi stagioni - nel 1982/83 e nel 1984/85, con un intermezzo alla Sambenedettese, dove si era rilanciato, raccontano le cronache ironiche, con una dieta a base di champagne, ostriche e scampi, facendosi apprezzare come 'uno da Nord'. Capelli lunghi, spirito ribelle a prescindere. Ma, anche col girovita eccessivo, segnava. Negli occhi dei tifosi genoani è rimasto quel suo gol, il 28 novembre del 1982. La Samp era avanti 1-0, tiro di Viola, la respinta di Bistazzoni, il tentativo di Scanziani di contrastarlo e Fiorini che insacca in spaccata. Sotto la Sud blucerchiata. Per poi rimanere lì, fermo, ad ascoltare il boato dello stadio, ironico. Fu allora ceduto alla Lazio. Un suo ex compagno mi raccontò un giorno:”Simoni non lo faceva giocare al Genoa e la squadra era in crisi. Il mister arrivò presto e quel pomeriggio chiuse tutti nello spogliatoio per un chiarimento. Parlò, parlò, finchè chiese cosa avessero da dire i giocatori. E lui si alzo in piedi dal fondo e disse ‘mister, ma io ho il colera?’. Simoni restò serio e lui ‘no, perché se non gioco con questi…” ed indicò i compagni”.
Pochi giorni dopo Simoni provò la squadra per la domenica, e lui era tra gli undici titolari; allora si presentò dal difensore che lo doveva marcare nella partitella e gli allungò un foglio pieno di rette disegnate:”Ti do una cartina per marcarmi, magari ti perdessi”.
Alla Spezia era alla sua prima vera esperienza da dirigente. Niente soldi in cassa, neanche per il vestiario. L’1 maggio del 1994, una squadra votata ad una retrocessione annunciata e poi salvata da un ripescaggio, battè il Fiorenzuola in casa 3-1. Scazzola, al termine, lanciò la maglia alla curva, era la numero sette. L’unica numero sette, perché altre non ne avevano. Fiorini, la sera, si mise al telefono e rintracciò il tifoso per riavere la maglia, perché di altre non se ne trovavano in magazzino. Uomo di tante frontiere, ha segnato un punto di passaggio del nostro calcio, lasciando tanti amici. E soprattutto un’immagine molto bella: capelli appena lunghi e spirito anarchico, che con il sudore gli avvolgevano la fronte anche da quasi quarantenne. Fiorini che fumava, amava la buona tavola e le ore piccole. E quelle righe sul volto, linee che a volte separano nella vita l’allegria dalla tristezza con divisioni appena sfumate. Fiorini, a modo suo.

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