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Per la maglia, solo per la maglia (un pò di gloria per tanto patimento)

Per la maglia, solo per la maglia (un pò di gloria per tanto patimento)

La Spezia - “I giocatori dello Spezia devono capire che quando indossano quella maglietta, non lo fanno solo per una squadra di calcio, ma per una causa, per un’intera comunità”. L’emblema di una sfida impossibile, ore 18 nella nebbia meneghina, 15 gennaio prossimo, i supporters aquilotti, se la sono marchiata nel sangue. E’ una frase che regalò una sera, parlando da un palco, Mario Tommaseo, centrocampista di fatica e di sudore, della squadra che nel 1944 aveva battuto il grande Torino all’Arena di Milano conquistando il titolo onorifico poi riconosciuto nel 2002. E se la sono talmente scolpita da portarsela addosso anche mercoledì a San Siro, dove vanno a giocare un ottavo di finale di Tim cup dal pronostico forse segnato, imprevedibile solo per l’arte dell’imprevisto che è il calcio, ma poco direzionabile. E per dare lustro ad un pomeriggio storico si sono anche riuniti in grande: saranno in oltre 7000, più di settanta pulmann, un numero imprecisato di auto private, di mezzi, che formeranno una lunga linea bianca dalla salsedine del Golfo dei Poeti alla Scala del calcio, dove i poeti sono stati Pelè, Meazza, Maradona, Mazzola, dove ha giocato Eusebio o Crujff o i grandi di Spagna e di Germania. Mai, nella storia di questo piccolo club, si era arrivati a tanto; a Padova, l’1 maggio del 2006, quando lo Spezia nel più bello ed incredibile dei pareggi a reti bianche guadagnò il ritorno in b dopo 54 anni, erano 5500 all’Euganeo. Al Bentegodi per il play out del 2007 altrettanti; nell’Era Mandorlini o Carpanesi quote similari. Mercoledì saranno molti di più, tanti da occupare tutto il primo Anello verde, molto del terzo anello dello stesso settore di colore, ma con almeno 1550 tagliandi vendibili per quello arancione, aperto dagli organi di Polizia e dalla società rossonera, per far posto a tutti. Quando il Milan già vinceva campionati, 1906, 6 maggio, contro la Juventus, lo Spezia ancora non era nato. Ma da quel momento, da quelle polveri lanciate da un genoano (bancario all’istituto Ramstein), Hermann Hurny, che aveva giocato nel Crystal Palace e che poi giocherò nello stesso Genoa, sono passati tanti anni e sudori, con poche soddisfazioni e tante tribolazioni. Eppure i tifosi sono sempre tornati in ‘chiesa’ nell’attesa del miracolo, non l’hanno visto materializzarsi, ma sono andati avanti. Tifare Spezia vuol dire, così raccontano loro, andare in saluta controvento, considerare un bisillabo foresto come Derby per sfide alle squadre toscane o al Genoa o alla Sampdoria; ingoiare saliva e rosari, immaginare più che sognare. A San Siro lo Spezia non c’è mai stato nella sua lunga storia; nel 1989, guadagnata in coppa Italia maggiore con la sfida contro l’Inter dei tedesconi del Trap, venne portata a giocare a Monza. Quando le toccò Maradona ed il Napoli si decise che era meglio affrontarli a Livorno. Insomma, al tavolo comune del grande calcio, questo club mai si è seduto. Ma 7500 circa a Milano, in un pomeriggio feriale, con una marcata e già prevista assenza di ragazzini nelle scuole e di statali e parastatali negli uffici, vuole dire un 8-9 per cento di una popolazione intera provinciale, che si sposta per il pallone.
Mai successo neanche per guai sindacali. Ed in piazza, in maniera massiccia, si scese solo nell’aprile del 2006 occupando anche la stazione Centrale, perché Macalli voleva spostare a Modena la gara con il Genoa di Preziosi. Poco comune per tutte le tribù del calcio possibili, ma qui fenomeno di aggregazione unico. Abituati come sono sempre stati, nascita e morte continua, un po’ di gloria in cambio di tanto patimento, promozioni e fallimenti a ruota libera, i tifosi hanno capito che si gioca per la maglia, solo per quella. Può retrocedere, fallire, essere promossa, ma dà risvolti unici: uno Spezia-Sanbonifacese che ti regala quanti spettatori uno Spezia-Pescara di b o di Spezia-Albese in D. Possibile, al Picco. Eppure questo piccolo club, è uno dei pochissimi in Italia ad essere imbattuto contro la Juventus, ad aver superato il Torino di Valentino Mazzola, a poter fregiarsi di uno scudetto perenne al petto. Sia quando il calcio non era un contenitore di immagini sia ora, dove c’è poco di romanzesco e poetico, se non il tifo. Così, come avrebbero fatto proprio i tifosi granata, quelli che ogni anno invitano i giocatori a maggio a Superga, per ricordare i loro campioni periti nel 1949, quelli aquilotti hanno chiesto alla loro di squadra più che un superamento di turno, una preghiera.”Che vadano prima del match all’Arena Civica milanese e rendano onore alla lapide che ricorda Spezia-Torino del 16 luglio del 1944”. Prima del match gli hanno anche tolto Marco Sansovini, l’ultima bandiera, giubilato senza se e senza ma da Devis Mangia e spedito a Novara. Alla battaglia contro Allegri vanno quasi a mani nude. Ma sono figli di altro calcio, altra storia, altra passione, quella che ha avuto come tecnologia di punta la strada. Quella che percorreranno pari pari gli oltre 70 pullmann e la carovana bianca verso il calcio vero. Per un pomeriggio da grandi.

Per Mattia, Ilaria e tutto lo Stadio dei Sogni.

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