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Su due Piedi- Quelli che la panchina

Su due Piedi- Quelli che la panchina

- «I calciatori spesso cambiano durante la loro vita sportiva, e quando diventano allenatori magari dimenticano il passato troppo velocemente. Lui, ne sono sicuro, no». Un
bar, un giornale, un signore distinto che parla in maniera forbita. Chi lo
guarda o sta per servirgli il caffè neanche sa che il vicino di tavolo ha allenato 36 nazionali,
qualificato il Cesena in Uefa, e un giorno allenato anche il Milan di Gianni Rivera. Pippo
Marchioro, milanese di Affori, 74 anni a marzo, scivola fuori dal locale per rispondere, vuole che le sue parole siano chiare. Quella che una volta era la calca degli stadi oggi è la calma del pensiero. Forse c’è voluto il Mondiale 2006, Totti e Grosso, per riportarlo al tavolo
del calcio, perché si era distaccato: nel 1992-93 condusse la Reggiana alla
prima promozione in massima serie, ma venne esonerato nel 1994. Poi, dopo una serie di esperienze non esaltanti (tra cui la guida del Genoa 1994-95) uscì dal mondo del calcio e
dalla sua mentalità. «Mi sono riavvicinato da qualche anno, ora riesco anche a guardare qualche partita, è tornata la voglia, è stato il mio mestiere , la mia vita». Ma quel “lui” che
Marchioro esprime inizialmente ha un soggetto reale: Fulvio D’Adderio. Tecnico e capitano di una squadra, braccio e mente, non sempre la cosa funziona, ma quando resta il ricordo,
vuol dire che qualcosa è cementato: «Siamo stati sempre in sintonia, lo ricordo benissimo, nella mia Reggiana. Ha ottenuto risultati inferiori ai suoi mezzi, quando giocava, e secondo me avviene oggi anche da mister. Uno che in campo attaccava e difendeva allo stesso tempo». D’Adderio operaio, lo stesso D’Adderio di oggi, la stessa barba, la stessa capigliatura scompigliata, la battuta pronta, dalla e vai: «Ha sempre avuto una dedizione
per il lavoro eccezionale, un ragazzo molto intelligente, uno che in campo buttava l’anima oltre la siepe, che amava spesso sacrificarsi per tutti. Se ha trasmesso questo alle sue
squadre vuol dire che è rimasto tale com’era alla fine degli anni ‘80 con la
maglia che gli davamo da titolare». Dalle Alpi alle Piramidi, dal basso all’alto, vita da mister, che uno come Marchioro conosce: nel 1975-76, alla prima esperienza in Serie A, a Cesena
costruisce una storica qualificazione in Coppa Uefa, poi il Milan, dove delude,
nel 1976-77, esonerato dopo la fine del girone d'andata. Scese dunque
in B con il Cesena; nel 1979-80 ottenne la promozione in A con il Como. Poi Reggio e Marassi: «D’Adderio mi stupiva a volte – continua Marchioro-era
uno di quelli che superavano i bioritmi della gara; aveva una splendida continuità, è come se chiedesse solo di dare agli altri. Ma da allenatore ha fatto meno di quello
che poteva e che ha dentro, spero alla Spezia abbia trovato il posto giusto
per emergere. Se così è ha scelto una gran bella piazza, magari anche i mister hanno il loro destino ». Promette di venire al Picco a vedere il suo vecchio capitano: «Spero entrambe le cose, se il tempo migliora si può prendere la macchina e arrivare al
Picco. Se la squadra continua così va seguita. Che lui mi possa assomigliare deve essere Fulvio a dirlo, non so se lo considera un complimento. In campo aveva pensiero tattico, educazione sportiva e intelligenza. Se ha mantenuto queste caratteristiche,
da mister si potrà togliere ancora molte soddisfazioni». Termina le parole, rientra nel bar. Riprende il suo giornale, ed il calcio va.In somma, va a modo suo. In una intervista rilasciata a Carlo Grandini del Corriere della Sera anni fa disse:"«Diciamo che quando si portano innovazioni in una squadra a volte si è un po' incauti. Bisognerebbe esser più prudenti, tentare intanto di fare dei risultati e quindi di cominciare a imporsi con i fatti prima d' introdurre innovazioni e metodiche inconsuete». «Ad esempio la zona e certi allenamenti legati al training autogeno. Ora lo so: avrei dovuto muovermi in quel senso più tardi. Oggi son convinto che non si deve entrare, soprattutto nelle grandi società, in maniera troppo forte». Si parlava di Milan, e di chi dalla polvere passava all'altare del calcio.Si, forse è vero, anche gli allenatori hanno un destino

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