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Salvi o falliti tutti

editoriale

 Salvi o falliti tutti

- In una città come questa, anche atipica, che come diceva Gino Patroni ha “un dialogo per capello”, nei momenti di maggior pressione viene fuori la corrida. Con tanto di toreri e drappo rosso. Si cerca un colpevole anche in soffitta, si vuole per forza uscire con uno scalpo. E’ quasi una tradizione di paesetto, perchè io La Spezia non riesco a chiamarla diversamente. Guai poi se tocchi la squadra di calcio, la vera spada del paesetto, con uno stadio pieno di stendardi e torri che sembra un castello. Per dirla come ha fatto un tifoso qualche giorno fa , questi mesi hanno assolutamente sconvolto la città, perchè che dir si voglia, tutti hanno potuto constatare che lo Spezia calcio 1906 ci stava per lasciare le penne, spogliando la passione domenicale di tutti in pochi attimi. Questa città non ha mai avuto senso comune, ha sempre giocato poco di squadra, ha sempre dimostrato di vivere quasi spezzata in tre, quattro, cinque tronconi. La Marina disgregata dal resto, le aree dismesse ferme, lo stadio Picco l’eterno incompiuto, il Ferdeghini morto e sepolto, la spiaggia che non c’è se non nel futurismo, a Lerici ci vai solo a piedi ( dalla Venere), quando sarebbe più ovvio arrivarci via mare ( dalla Morin). I Musei? Sepolcrali e vuoti. Si stava molto meglio quando si stava peggio, si dice da queste parti, ma il problema è che non è cambiata la pelle alla città: grigia, spenta, egoisticamente impegnata a vivere sopra le righe, ostentando una borghesia ed una ricchezza che non ha. Patroni, ancora lui, se la rideva dicendo che qui amano di più vivere un giorno da beoni che cent’anni da astemi. Fino ad oggi il calcio si era quasi sempre salvato, rappresentando l’unico forte fenomeno di aggregazione e lo ha dimostrato fino a qualche giorno fa. Poi, capito che l’antica squadra che fu, stava per esibire il rigor mortis, si è andati alla caccia all’uomo. Per inciso: Cds di errori chiari e tondi, vi ha raccontato in questi mesi, non tutto è filato liscio nei precedenti tre anni, e poi nell’oggi in una struttura organizzativa che ha provato a salvare un club indebitato fino a qualche mese fa in maniera pesantissima. Ma ha trovato il deserto davanti. Al momento del giudizio proprio Cds esprime forte il concetto base: quello che comunque sia, giornalisti di questa testata compresi, la salvezza o il fallimento dello Spezia calcio sarà un fatto di tutti. Completamente tutti. Perchè se una società riesce a tagliare con innesti di denari e sacrifici un bilancio e lo riporta in linea di galleggiamento dopo aver visto il fondo; se riesce a convincere Moratti a dare una mano pesante per salvare la baracca; se convince una parte seppur minima delle aziende nell’intervenire con sponsorizzazioni; se diventa appetibile perfino rispetto a tutte le altre che stanno morendo affogate da debiti ben peggiori; se dimentica in fretta Ruggieri; se garantisce crediti in Lega per quasi 1,3 milioni di euro; se ha possibilità di avere uno stadio virtuale con abbonati che anche in c1 non saranno inferiori a 2000; se ha uno stadio che può essere dato in gestione; se, pur vilipesa, ha tenuto alto il proprio petto festeggiando in maniera inglese perfino una retrocessione; se ha amici in mille parti d’Italia che si chiamano Spalletti o Totti; se è conosciuta in tutto il mondo da far parlar la stampa inglese spagnola; se ha una storia di 102 anni ed è l’unico club al mondo che porta per sempre uno scudetto al petto; se è derivazione di una lunga linea bianca che ha regalato giocatori alla nazionale; ecco, se nonostante tutto questo un club non è stato venduto oggi, non può essere colpa di un singolo.
Come di un errore.
Come di una trattativa o di un atto di presunzione.
L’Inter e Moratti, con altri presidenti sulla tolda nostrana in questi anni, sarebbero stati per tutta la vita il patner ideale. Ma dove eravamo tutti quando questo matrimonio non prometteva rose? Ed il senso critico nei momenti più critici? E quella risposta che ancora Quber attende su un’azione legale precisa e circoscritta? E quelli che gestiscono l’informazione? Una sconfitta generale? No, non è quello che vogliamo dire. Perché comunque vada questa storia, resta la bellezza dell’atto, la consapevolezza che questa città, quando vuole, ma se può, reagisce al suo torpore. Massimo Federici, tempo fa , disse su queste pagine che “l’importante sarà non disperdere il senso di quello che si è fatto”. Credo che l’immagine sia proprio questa, molto più nitida di inutili ed assolutamente forvianti processi sommari odierni (sul passato il concetto è diverso). Perché qui, comunque sia, nessuno voleva spezzare le reni alla Grecia. Al massimo ci saremmo accontentati del Padova in C1.

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