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Su due piedi-Serve una squadra tifosa (buon campionato)

Su due piedi-Serve una squadra tifosa (buon campionato)

- Da queste parti, oramai è dimostrato, il calcio è una subcultura che si è trasformata in cultura. Un processo inarrestabile. Nessuno può dire che il football sia come Bach o il buddismo, commentava Franklin Foer, ma di sicuro spesso è più sentito della religione. E dovrebbe essere una fenomeno comune tra gente, calciatori ed appassionati, così come tra i dottori del calcio, che lo manovra e lo gestisce. Il pallone ha dimostrato di essere vitale in città come la nostra, assumendo importanza nella struttura della comunità. I sogni infranti davanti alla Cassa di Risparmio il giorno del fallimento dello Spezia nel 2008; le lacrime, i binari occupati nella Stazione centrale per la decisione di Macalli, poi rivista, di spostare Spezia-Genoa a Modena. Le collette per negozi per lo Spezia di Carpanesi. I giocatori che con le torce vanno in serata a seguire i lavori di una curva eretta dai tifosi in ferro tubi negli anni di Mastropasqua presidente. I cortei cittadini, la gente che ride e piange di calcio. Un pallone che diventa depositario di tradizioni, se ben manovrato.
La gente si sente identificata in quest’era del nulla e vede quella palla sfiorare l’erba, preparandosi all’urlo liberatorio. Alla Spezia altro non c’è, neppure una discoteca. Onesto dirlo. Ma per stimolare tutto ciò, per entrare nel meccanismo, per far parte di questo tribalismo, c’è bisogno che gli undici giocatori in campo diventino la spada della città: partecipino, siano un pò tifosi anche loro, si aggrappino al calcio, facendolo diventare un po’ poesia, quello che in realtà è. In questi ultimi anni ciò è mancato. Il distacco tra il calciatore e la gente è stato troppo forte, evidente. Una squadra come quella dello scorso anno verrà ricordata per i numeri non per i volti, eppure ha vinto tutto. Michele Serena, veneto com’è, ha capito cosa significhi strada facendo, toccando con mano gli angoli più duri del sistema. Un pomeriggio, sulla via di un’esperienza che comunque sia lo arricchirà disse, percependo quello che è il Picco e la sua gente:”Qui, in questa città, in questo stadio, da solo non vinci, c’è bisogno che tutti gli elementi si colleghino tra loro”. Aveva ragione. E vinse. In questi quattro anni passati a rincorrere i sogni di De Paola, a vedere gli azzardi di attacchi che mai avrebbero sfondato, a rincorrere le prime e seconde palle, a farsi male da soli, a predicare un calcio più idoneo a Lodi ed al Fanfulla che alla Spezia, a portare croci e denari, a ripudiare perfino Guidetti, a vedere dirigenti che si improvvisano tali, a sentire mogli che scrivono su face book e giocatori che prima baciano poi rifuggono una maglia, si è fatto il callo. Ora, sulla riga di partenza di un campionato di B che ha una classifica sfigurata dagli scandali ed una voglia di riguadagnare entusiasmo specie nella provincia, si deve cercare di colmare questa storia. A Goian, a Sansovini, a Bovo e Porcari, ma anche a gente come Lollo e Madonna, si chiede di partecipare, non solo di giocare, di render questa squadra più popolare. Per centrare risultati, per far gioire di più. Perché, e la storia lo dimostra, solo le squadre tifose restano nella mente di tutti, popolando le visioni fantastiche dei ragazzini e di quelli scorso criniti, a futura memoria. Le altre, anche se vincono, scompaiono. Questa rubrica torna a far parlare i tifosi, lo scopo è questo. Vi accompagnerà per 42 puntate, sperando bastino. Sapendo a priori che non accontenteremo il gusto di tutti. Onestamente, neanche ci proveremo.

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