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Si, questo è il modello inglese

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Si, questo è il modello inglese

- Un tragico epilogo, l’ennesima domenica bestiale, l’incubo che torna e che non se ne è mai andato. E per chi ama il calcio quella voglia di spegnere la televisione, ed andare fuori con tua figlia e tua moglie. Però almeno dopo 7 mesi di storture, c’è l’abbiamo finalmente fatta. Rincorso, invocato, pregato, siamo riusciti a dare al nostro calcio ed al problema della violenza in questo, il marchio english. Si, quello che è andato in onda domenica a Roma, ma anche a Taranto o a Bergamo in uno stadio che gli stessi organi di Polizia hanno definito non a norma, andrà in onda ancora, statene certi. Nel nostro paese di m....a, perché di tale si tratta, dove l’illegalità regna a tutti i livelli, è esattamente avvenuto quello che è successo in Inghilterra. Dopo la Football Disaster Act, la legge propugnata dalla signora Thatcher, è calata la violenza negli stadi nel paese del Regno, sono calati i fenomeni dentro gli stadi, la violenza all’interno ha subito una regressione forte. Dopo la morte dell’ispettore Raciti a Catania, l’Italia, basta dare un’occhiata al sito dell’Osservatorio nazionale, ha visto diminuire gli incidenti, i feriti, gli scontri, perfino gli arresti. Dati del Viminale. C’è stata un’onda di ritorno forte, netta. Non è migliorato il problema, l’immagine si. Ma. Ma il tutto si è spostato fuori dagli stadi, negli autogrill, sui pulmann viaggianti di tifosi, per le strade. Nel penultimo dispaccio dell’Osservatorio nazionale, quello pre sventura di Arezzo, si leggeva “ la tifoseria juventina, protagonista di ripetute criticità sia allo stadio che lungo le vie di trasporto dall’inizio di questa stagione, potrà assistere alla gara con il Milan, in programma il 1° dicembre 2007, solo se nel frattempo non darà luogo ad intemperanze. Analoga decisione è stata assunta per i supporter dell’Inter, protagonisti di un vero e proprio atto di inciviltà con asportazione della merce in vendita presso l’autogrill “Cigliano” in provincia di “Vercelli e quelli del Verona, anch’essi rei di ripetute azioni illegali”. Ne abbiamo trovate almeno altre 9 di notizie così, normale amministrazione. Come se un autogrill lo potessero devastare solo i tifosi, le scolaresche no. Loro hanno quasi l’autorizzazione. Ma qui, come in Inghilterra, il calcio, messo nel suo limbo, ha raccolto, come un ricettacolo, tutto quello che la società gli ha proposto in pasto. Il mostro ha divorato ogni cosa. Si è creata una vulnerabilità sociale e quindi è stata favorita un’aggregazione ed un contatto tra violenti; questi stessi cercano di compensare la loro stessa vulnerabilità sociale e le loro basse aspettative sociali con una qualche forma di identificazione e di eccitamento; il calcio diventa catalizzatore. Ognuno di queste persone (ma è solo uno spaccato) ha una bassa posizione nelle strutture sociali. Poi c’è la mancanza di valori, uno status sociale inferiore al normale, una carriera scolastica insoddisfacente (i giovani), chi ha trovato lavoro solo per raccomandazione, qualifica o attitudini basse. Molti arrivano perfino ad ignorare la legge e la condanna generale perché non si identificano con la conformità sociale. E’ come se questa gente facesse uso solo ed esclusivamente delle esperienze negative. Poi subentrano gli altri, quelli che hanno un lavoro, soldi, ma che non hanno una identificazione. E dove meglio che nel calcio? Infine, ma solo infine la brava gente, i tifosi veri, gli appassionati, gente pronta a prendersi nelle ossa l’acquazzone di turno, gente che il calcio lo ama dalla domenica alla domenica. Che però convive nello stesso condominio degli altri. In Inghilterra i signori dell’Intercity Firm, una volta scoperti dalla Polizia creare risse sugli omonimi treni, vestiti di tutto punto, cominciarono a togliersi le sciarpe e diedero vita al casual. Ancora oggi, negli stadi di Liverpool, Manchester o altri, pochi danni o problemi, molti fuori e spesso lasciati scorrere dalla polizia. Ci si picchia nei pub o nei dintorni, dandosi appuntamento. Solo una settimana fa, i tifosi dei Rangers, quasi anemici nel loro stadio, hanno provocato sfracassi a Barcellona, due settimane orsono 200 feriti per Lipsia-Dresda ed hanno sospeso il campionato di terza divisione, in Polonia dove il vivere è difficile e la paga bassa (pochi si permettono un abbonamento) ogni partita è una guerra. Ma qui come là, nel mirino c’è il gendarme, il poliziotto, assurdamente. In tutti questi casi è stato il decadimento degli standard sociali a generare tutto, perchè molti settori della vita sociale soffrono di un analogo degrado dei principi morali. Olanda, Inghilterra e Germania hanno visto il peggio calcistico quando il livello di vita è stato basso, magari sviluppando in modo diverso. Bologna-Inter del 1951, o poco più tardi un Novara-Lazio in A, o un Napoli-Bologna del 1955 sono storie di sane scazzottate, Juventus-Catanzaro del 1966 uguale; quella della stazione di Middlewich tra i tifosi del Nantwich e del Crewe, è rimasta storica in Inghilterra, scene di ordinaria follia con botte sui binari con tanto di treni che passavano (divisioni minori inglesi, la nostra C). Ma in tutte queste pagine di cronaca si leggeva sempre la stessa frase sui giornali il giorno dopo:”Poco dopo arrivava la polizia, intervenuta per sedare i facinorosi”. Oggi la storia è cambiata, come la società, come noi stessi. Tutto parte dal contrario, prima arrivano i poliziotti, poi scoppia la battaglia. E lo schifo. Il Decreto Gentiloni era stato redatto per calmierare le televisioni di ogni angolo, per non accedere micce, basta aprire quelle locali; la polizia postale lavora ogni giorno anche sui siti dei tifosi, allo stadio si prova a fare filtraggio, ma si interviene poco. E se partissimo dallo scandalo sociale? E se provassimo a ragionare che questo avviene perché la società questa è? C’è un anonimo ma meraviglioso libro in giro, si chiama Tifosi & Ribelli, lo ha scritto per una piccola casa editrice (Edizioni Clandestine) Stefano Faccendini, un collega. Come spiega il calcio? “ non è che mi piace il calcio, io lo amo, ne ho bisogno, non sono un ultras e neppure un teppista, non è un gioco, come tutte le passioni è vissuto intensamente, lo gioco e me lo vado a vedere. Invece c’è chi lo vuole giocato sul divano di casa, non si vogliono i tifosi in trasferta, e non si vogliono tifosi poveri e curiosi che chiedono troppi perché. Ed ora comincio a domandarmi tante cose, con che diritto persone che dovrebbe avere in teoria a cuore il mondo del calcio hanno deciso di distruggerlo, sacrificandolo al Dio denaro”. Chi parla? È il personaggio del libro, Carlo. Uno come tanti. Poi, per chi avesse ancora qualche euro consiglio Ryszard Kapuscinski, la Prima Guerra del Football. Una storia, quella del 1969, della battaglia civile tra Honduras ed El Salvador, quando la tensione per una partita sfocia nella tensione politica. Una guerra per un confine. Suvvia, banale, oggi si va alla presa di Roma per molto meno.

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