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Stadio Picco, com’è diverso il mondo visto da lassù

100 anni sopra un filo immaginario nel silenzio che c’è

Stadio Picco, com’è diverso il mondo visto da lassù

- Stadio Picco, com’è diverso il mondo visto da lassù
100 anni sopra un filo immaginario nel silenzio che c’è

Augusto era un uomo saggio, oggi sarebbe un anziano signore dall’aria saggia ed aristocratica, con la voce da catarro permanente ed una faccia forzuta con sopracciglia multiple.
Sarebbe un grande di questo calcio oramai perduto. Quando lo conobbi era in età molto avanzata, dinanzi a me, in una sala silenziosa, con fuori un verde splendente. Conobbe solo alla fine il tarlo doloroso e velenose della sfiducia. Entrava ed usciva dalla vecchia fiaschetteria che si chiamava Stelvio, all’altezza dell’attuale magazzino Zara. Se ne usciva sempre alla solita maniera, zigomi arrossati. Era il simbolo di una lotta, anche per me che ero ragazzino. Mi raccontava del Picco, dello stadio dei sogni, del pensare con i piedi della città tutta, degli eroi picareschi e dei padri della patria. Aveva visto la B al Picco, ma amava dire che il mondo visto da lì dentro era tutta un’altra cosa. Cent’anni fa anche dove Augusto viveva era un’altra storia.
Gli anni a cavallo del nuovo secolo evidenziarono una serie di gravi problemi economici per la nostra città dovuti alla crisi che incombeva su tutto il paese e che aveva qui ampia risonanza, aprendo conflitti sociali importanti, duri, come lo sciopero delle Maestranze del Muggiano che bloccò a lungo l’attività produttiva. Gli operai spezzini scioperavano spesso, in conflitti sindacali e la lotta per le migliori condizioni di vita nelle fabbriche era la conseguenza della creazione di un sistema industriale che sfruttava la classe lavoratrice, corrispondendo insufficienti mercedi per giornate interminabili di lavoro.
Alla Spezia regnavano aziende come la Vickers di Terni, armamenti ed artiglieria, divenimmo importanti nella Marineria da guerra. Oltre 5000 persone iniziarono a lavorare per l’Arsenale, a San Bartolomeo, Valdilocchi, Panigaglia. Questa era Spezia più o meno cento anni fa, succube di Genova, sottoprefettura fino al ventennio del Duce che la rese provincia autonoma; quando uno svizzero che lavorava nella banca dello zio, fondò la squadra di calcio. Augusto c’era già, lì pronto a burlarsi dell’oppio dei popoli ma ad amarlo, seduto sui gradoni di un vecchio stadio che nasceva a poco a poco, prima appoggiato ad uno steccato poi molto più comodo.
Capì dentro quello stadio l’essenza del calcio, come lo raccontava Galeano. Che il disprezzo di molti intellettuali si fonda sulla certezza che l’idolatria per il calcio è la superstizione che il popolo si merita. Ma i tifosi erano sempre lì, pronti a prendersi nella pelle l’acquazzone di turno. Augusto guardava ed ammirava un po’ come facciamo noi oggi, davanti al bivio di un centenario. Ricordo quel pomeriggio che nel raccontarmi degli dei di quegli anni, di Costanzo, Castigliano, Costa, dello stesso Cappelli, mi diceva:”Pensa che negli anni 60 ad un certo punto non ci vollero andare in B.
Giocavamo in Sardegna e si inventarono un infortunio di Duvina, allora capocannoniere, e non lo fecero giocare nelle due gare consecutive. Oggi c’è chi per tornare in B darebbe l’anima”. Un mio collega anzianotto, d’antan, dice spesso di me che parlo di cose mai viste; ha ragione, ma sono stato ad ascoltare molto, ed ho sono fatto l’alunno, lasciando a lui la cattedra ancora detenuta. Ed ascoltare spesso è un dono meglio del vedere. Carosio raccontava azioni che nell’immaginario sembravano leggenda, ed i campioni diventavano immortali. Meglio ascoltare e raccontare.
Basta avere animo e la voglia di capire, non serve entrare nelle cose, le parole sono ali.
Cent’anni, una solitudine, un lungo cammino, mondi e voci diverse legate assieme dalla forza della memoria che ama ingigantire le cose. Cent’anni di una squadra di calcio, c’è di tutto in cent’anni, cose caustiche, nostalgiche, critiche, d’ironia, campioni mai nati, c’è Zappasodi e Tomà, che il nulla ed il tutto, c’è lo Spezia con la maglia del Vasco de Gama e c’è il colonnello Dominissini che corre. C’è Ottavio Barbieri ed uno scudetto, c’è Zanoli che compra e che vende, fino a che non se lo comprano e non se lo vendono. C ‘è Paolillo che vince una coppa, c’è Scarabello oggi su un letto a soffrire.
C’è il figlio del mio amico Piero, occhi vispi, che esce dallo stadio di San Benedetto con il papà che ha gli occhi che luccicano e gli chiede: 'Ma cosa ha vinto lo Spezia oggi?'.....e Piero fa fatica a spiegare che è 50 anni che non vinciamo niente,ma che speriamo di andare in serie B. Ma lui che non ha mai niente da raccontare ai suoi amichetti fa:” 'si ma il Milan quando vince,vince la Coppa dei Campioni'” E Piero lo guarda e gli dice: 'Luca lo Spezia vincerà......bisogna solo aspettare”.
La squadra di calcio in una città come questa è qualcosa di unico, forse più di quanto lo sia una Juventus per la spenta Torino, più di quanto non valga Catania per Catania. Una squadra che non fa man bassa di trofei, che soffre e che nonostante tutto alimenta da sola la voglia di calcio. Una città che in quella maglia ha cercato e cerca ancora un tratto, un lineamento. Il Picco è un bagno di folla anche quando è vuoto, e la gente ci và come per assistere alla romanza di un’opera, va lì per vedere il miracolo, e se questo si ripete. Non succede ma ci ritorna. Della B anche i vecchi hanno ora un’idea vaga, un leggero scetticismo accompagna tutti, ma c’è il rispetto.
La squadra di calcio ha rappresentato e rappresenterà per sempre un ruolo non infimo nella ripresa morale della città, pateticamente assetata di vittorie e di politici che deridono il pallone. Lo Spezia per tanto tempo è stata la squadra riscatto, quasi avvertisse il tumultuoso desiderio di riscossa della gente e ne traesse linfa. Cent’anni fa.”Che valore diamo oggi alla vita?- racconta Giorgio Tosatti- in questa risposta sta la nostra lenta degradazione”.
“Andate sempre al Picco con i vostri figli- raccontava Carapellese- per tramandare una passione”. Cent’anni, un’epoca. Ma Bianchi corre sul fondo, dopo che per tante partite era sembrato scaduto, imbruttito, imbrocchito. Ma quel cross lo aveva arcuato a dovere. La palla era sfilata lungo tutta l’area di rigore, e Guidetti l’aveva deviata di sinistro senza pensarci su. Tiro secco, angolare. La difesa del Pavia arranca, la palla entra, a due minuti dalla fine della finale play off siamo in B e ci andremo tra le lacrime. Se i sogni a volte escono dal cassetto, anche per un giornalista nel suo lungo viaggio tra il piacere ed il dovere, perché non crederci un po’?
ARMANDO NAPOLETANO
IL SECOLO XIX

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