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Su due piedi-Un Picco da ricordare

Su due piedi-Un Picco da ricordare

- La "fisica nel calcio" indurrebbe a vedere giugno come il mese dei Mondiali e delle "notti magiche" sudafricane. Invece, in alcuni impianti tra i più affollati del panorama pallonaro italiano, oggi si stringono attorno ad altre maglie, che poco hanno a che fare con l’azzurro. Pescara, meglio del vecchio Ossola di Varese, o il Ceravolo di Catanzaro, che vide anche la A. Ed il Picco. Che in questo mese speso ha dato il meglio, storicamente. Serve così domenica un giugno come nel 1986 Spezia-Pistoiese e 10 mila aggrappati alle vecchie grate dello stadio. Di Cola di Avezzano, l’arbitro, che travolto dalla passione della gente, non ce la fa ad annullare la rete del 2-2 che risulterà decisiva, di Sergio Ferretti. Tarasconi si è appena aggrappato al portiere Riccetelli come ci si aggrappa ad una fune per salire una montagna. E 10 mila impazziscono nella calura, con le pompe che dal campo sparano acqua nella vecchia curva. O il Picco del giugno 2007 che cantò anche con il Verona in vantaggio e spinse Guly Do Prado a fare meraviglie e ribaltare una storia. Un brasiliano che partiva dalla panchina dopo che Sibilano aveva fatto gol davanti al muro bianco di folla della ferrovia. E davanti allo stesso muro Do Prado prima procurava un rigore, poi con un siluro faceva esplodere la sua gente. O il giugno del 1987 Spezia-Trento e la salvezza già matematica tramutata in festa. Era giugno anche il giorno di Voghera e di una indimenticabile carovana che festeggiò uno degli 0-0 più utilid ella sotria del calcio aquilotto. Era giugno anche per Spezia-Pavia 6-0 con quattro reti di Barbuti. L’eterna fabbrica di spiantati che è il calcio, ha da tempo una sua dimora, fissa. Una città neanche antica, poche mura, molto mare, aria sorniona, più borgo che provincia, per dirla alla Gino Patroni, fondamentalmente “un’opinione”. Il pubblico sportivo è lì, ogni Santa domenica o sabato che sia; applaude, esce, ha ancora la musica nelle orecchie e se la porta dentro per una settimana. Anche questa settimana, come avviene per le gare di rito, quelle indimenticabili comunque sia, gli spezzini sono tesi a glossare dal lunedì al mercoledì la gara appena passata e dal giovedì a concentrarsi sul quella nuova. Il settimo giorno, in fondo, come tifosi, si riposano, vedendo lo spettacolo e basta. Hanno capito di certo, solo che il calcio ha un suo fascino che deriva dall’ambiguità esistenziale suscitata nel relativo dominio che i piedi, pur calzati adeguatamente, hanno sulla così detta sfera di cuoio. Per dirla alla Osvaldo Soriano, “pensano con i piedi” e così vanno avanti, sine die. Hanno visto passare eroi picareschi, padri della patria, visioni magiche ed irripetibili, bidoni e fregoni. Hanno unito mondi e voci diverse legandoli con la forza della memoria. Il Picco è’ l’io fatto noi del calcio, è l’ironia e la malinconia, se è vero che la felicità nel calcio, in fondo, non è altro che la tristezza che fa le capriole. Perché oggi gioisci ma domani rischi la retrocessione e poi via, ancora avanti. E’ un racconto anche familiare, tra amici, tra colleghi, nello stesso ritrovo, uno stadio. E’ la descrizione di un’eterna sfida a campo aperto tra la squadra, la città ed il resto del mondo del calcio. La Spezia e la sua squadra se ne distanziano parecchio, grazie alla creatività ed all’humor tutto locale di coloro che sono deputati a tifare. Quasi un mestiere. Fallimenti, promozioni, retrocessioni, salvezza, vittorie, sconfitte , amarezze; il Picco visto dalla parte del tifoso, che vive e regna dal primo al novantesimo ed oltre, lo sa raccontare solo il tifoso. La città vive sportivamente come poche, perché sà che il pallone la aggrega e la riunisce, la forma, la alimenta. Un popolo mai vinto, capace di amare anche da sconfitto. Aggrappati a Triglia come ad altri più nobili. Ricordate gli Spalletti e gli Stabile? Che abbiano solo sfiorato la B poco importa, è solo un fastidioso particolare. Perchè quella era una squadra epica, che disputava un campionato e molto di più, come altre, come le più recenti. Il calcio che questo popolo riesce a far giocare all’Alberto Picco brucia nei muscoli di quelli in campo e nello sguardo di quelli fuori. Sembrano tutti fieri come paracadutisti al termine di ogni partita. Poi alla fine, quando l’arbitro sordo e cieco fischia la chiusura e considera conclusa la serata, resta uno stadio vuoto, che parla comunque e vive, anche se spopolato. Si riempie solamente da altre parti. Negli angoli, nei bar, nei salotti. Come il Dio del calcio, del terzo millennio, comanda.


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