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Un posto all'opera

Marassi vale un pezzo di storia

Un posto all'opera

- UN POSTO ALL’OPERA
(Marassi vale un pezzo di storia)

Ci siamo, o quasi. Ed hanno ragione i filosofi cerchiobottisti delle tivvù genovesi: Genoa-Spezia non vale un derby. Ma vale la storia. Che sia di più? Genoa-Spezia è solo nomi. E’ il portiere James Spensley, archeologo e profeta, è Guillelmo Stabile, è l’ungherese Nekadoma, o Carletto Scarpato che ragiona in mezzo al campo come fosse un dottorato. Sempre. Un avverbio scalzato dalle mediocrità degli uomini. Genoa e Spezia sono il sempre del nostro calcio, che dalla Liguria ha esportato storia.
Sono usciti da crisi gravi della loro storia, riaffiorando dall’unico nocchiero possibile al momento. Il Genoa brioso di Cardani, portiere coriaceo, come lo era Strati, Beccatini (suo figlio avrebbe poi fatto il centravanti dello Spezia), Cattani, Curti e Juan Carlos Verdeal, di Puerto Marin Argentino classe 1918, che aveva giocato nella Fluminense in Brasile prima di esser catturato dal Genoa, prima che quell’uncino inglese di Astley lo mandasse come finito in Francia.
Il Genoa ha avuto nella sua storia calciatori veri come Carlini, Derlin, Girardi, il portiere Buffon, il portiere Grezzi e due Bacigalupo, Pantaleoni e Rivara, il manolete pallido Gigi Meroni, Sardelli, Pruzzo e Brighenti, quel fenomeno di Stabile, Rizzo, fino a mister come Scoglio e Bagnoli.
Sapore e rancore di scudetti vissuti e rimpianti. In campo martedì 22 ce ne saranno 10. Forse uno ai rossobù l’ahhnno un po’ regalato, ma è chiaro quanto scipparono quello del 1024-25 e sarebbe stata la stella. Lo Spezia ne ha uno, ma ancora al petto, per sempre , avverbio scalzato dalla mediocrità, e lo ridico. In quel 1944, stagione di bombe ed allarmi aerei, il Genoa gioca con il Toro di mazzola e ne prende 7. Lo Spezia ci vince all’Arena di Milano. Poi Giovanni de Prà, che aveva un suo unico amore il calcio; poi le mani gonfie di vene come le colline che circondano Genova, i suoi racconti giornalistici erano una traiettoria sospesa in cielo. Quante volte si era spaccato la testa, spalle e mani per uscire sull’attaccante lanciato. Oggi il portiere può uscire sull’attaccando solo con un fiore in mano. Mani grosse come quelle che aveva Albertosi, uno che a scuola andava a Pontremoli e…male, tanto da far pensare ai genitori di farlo smettere. Ma che avrebbe esordito giovanissimo nello Spezia e poi ci sarebbe stato anche lui all’Atzeca, così vicino al cielo da giocarsi un celestiale 4-3 con la Germania. E Sonetti, il bel ragazzo che divenne stopper per intuizione di Mario Tommaseo. E Wilhelm, l’ungherese serioso che fece esordire Gigi Scarabello e la storia del signor Sergio Landi (nome d’arte cinematografico di Scarabello) che nato ad Albiano era andato poi al Genoa scatenando un mezzo caso da campanile. E Scarabello che dopo un Genoa-Roma conosce l’attrice Lilia Silvi, e la ama per sempre...sempre.
E Sandokan Silvestri, che nel 1971 battè due volte lo Spezia per riportare il Grifone in B. E’ Ramon Turone che ricorda il “forte Spezia di quel tempo”.
E l’ultimo punto preso dagli aquilotti a Marassi, 12 maggio 1935, rete di Comar al 32 del primo tempo, pareggio soffertissimo di Frisoni allo stesso minuto della ripresa. Bacigalupo, Poggi Vignolini, Sala, Bonilauri e dall’altra parte Baratti, Farina, Santillo, Andrei, Bozzo, Bermone, e Scarabello con la maglia numero nove e Marciani di Modena ad arbitrare.
E’ Giulio Cappelli, ala storica dello Spezia, che va all’Inter e poi fa anche il direttore tecnico del Genoa; è la retrocessione dello Spezia in C nel 1950-51, nello stesso anno nel quale al Genoa non bastano tre campioni svedesi fatti arrivare direttamente dai campionati del mondo del 1950 per salvarsi. Nillsson, Tapper e Mellberg valgono la retrocessione anche per il grifone.
E la dipartita da Genova di Garbutt e la sue morte del 1958ed il funerale di Ottavio Barbieri, suo figlio. San Martino di Genova verso sera. Fu quasi un lampo quel mercoledì 28 dicembre del 1949, tristissimo ed imbruttito dalla pioggia. Ottavio Barbieri giaceva esanime vinto da un tumore al cervello, ed aveva poco più di cinquanta anni. Se ne andava nel silenzio composto di un uomo che era parso sempre silenzioso e fragile ma nel contempo forte e determinato, un uomo che aveva condizionato molto la vita calcistica di due città soprattutto La Spezia e Genova.
Aveva iniziato da podista e giocava contemporaneamente al calcio e durante la prima guerra mondiale si mise in vista con una squadra militare. Il 5 maggio del 1921 quel ragazzo di centrocampo così combattivo era già in nazionale:“Il suo posto abituale era di sostegno destro- raccontava De Prà- in una linea mediana che vedeva anche Burlando e Leale”.
Barbieri vestirà 21 volte la maglia azzurra e due volte sarà campione d’Italia con il Genoa. Ritiratosi presto dallo sport attivo, frequentò il primo corso assoluto allenatori tenuto a Roma nella stagione 32-33 uscendone patentato.
Nel ‘39 è vice di Garbutt al Genoa e quando l’inglese odora l’infido vento della guerra e la paura di rappresaglie, Barbieri ne assume le redini della squadra. E’ lì che Barbieri attua il famoso mezzo sistema integrale, dopo che lo scozzese Aitken aveva abbozzato qualche tentativo nella Juventus. Barbieri trasforma il mezzo sistema visto nel Modena di Villini da offensivo in difensivo.
”Retrocederà il primo terzino dietro tutti, mettendo un’ala pura ed un centrale di difesa” dirà Brera. Inventerà gli Onori, i Turone, i Persia ed i Motto.
L’acume tattico di Barbieri però paga e nel 1944 i Vigili del Fuoco della Spezia vincono un campionato di tattica. La morte ha interrotto bruscamente il suo prezioso lavoro proprio quando i primi frutti iniziavano ad arrivare.”Nonostante la sua sperimentata serietà - commenterà De Vecchi- e la su profonda competenza doveva talvolta dedicarsi a formazioni di secondo grado quando avrebbe meritato la A. L’ho udito più volte lamentarsi per talune amarezze provate durante la sua vita e la sua carriera. Barbieri, sempre e per sempre. I funerali si svolsero il sabato dopo e la schiera di ex compagni riempì il sagrato. Le onoranze furono curate da De Prà ed attraversarono la città in una doppia ala di folla che colmò via xx settembre. Sotto al sede della Samp dal balcone , volarono fiori che caddero sul feretro.
C’era anche lo Spezia quel giorno. Genoa –Spezia è Di Marzio che vede uno spezzino palleggiare e dice ai suoi fidi: ”Mandalo in prima squadra” E lui, Fiordisaggio, esordisce in A. Quando lo Spezia falliva societariamente a metà degli anni ‘80, Fossati lasciava a Spinelli. Nell’88-89 lo Spezia manca la B, il Genoa veleggia verso la A incassando solo 13 gol. Sono ritagli, ce ne sarebbero centomila. Sono queste solo pagine di storia. Che forse Gazzoli e Rotoli neanche conoscono. Le studino. Farebbe bene a loro ed anche alla disfida. Sempre, avverbio odiato dai mediocri.
ARMANDO NAPOLETANO
IL SECOLOXIX

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