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Una folata di monsonico ed....oplà

Il calcio è un gioco mai effimero, nonostante le apparenze, ma soprattutto è un’eterna fabbrica di spiantati.

Una folata di monsonico ed....oplà

- Il calcio è un gioco mai effimero, nonostante le apparenze, ma soprattutto è un’eterna fabbrica di spiantati. Ed intendo calciatori, pubblico, giornalisti, media e tutto quanto. Appartiene, insieme a queste componenti, al costume della società. Solo le vittorie danno vera popolarità al gioco, diceva quello, ma non aveva mai visto La Spezia. 55 anni d’anima venduta al diavolo, eppure sembrava sempre festa. L’introduzione è d’obbligo, perché fra gli spiantati ci sono anch’io. Ricomparire come il miglior Lessie su queste pagine e su questo giornale on line qualcosa vorrà dire. Soprattutto che qualcuno ha inforcato il telefono e deciso di riavermi in gruppo; ai tempi dei tempi ero stato io ad abbandonare ogni cosa, perché avevo l’impressione che le cose belle, dopo un po’, sapessero di muffa ed andassero preservate. Diciamo che è in atto un passaggio di consegne, non so fino a che punto cavalleresco, ma tal è. Così, da spiantato, ho ripreso a picchiare sulla tastiera per dare informazione, la più pulita, non dico puntuale, possibile. Una folata di Monsonico ( a volta basta un errore e fai storia) e forse cambia la situazione generale. E’ stato preparato un nuovo progetto editoriale, che non si ritrova neanche un po’ in quello precedente, dal quale mi ero allontanato, ma se questo giornale on line in una maniera o l’altra continua ad avere medie di oltre 7000 contatti giornalieri contro i 2000 della concorrenza, qualche motivo ci sarà. Mi sono guardato prima attorno, mentre aspettavo seduto sulla panchina, e pensavo, e non ho trovato grandi cose e popoli degni. Ennio Flaiano quando vedeva che attorno a lui c’era gente che proprio non comprendeva amava dire “ diciamo che non mi somigliano”. Io ne ho trovati recentemente parecchi. Ma riaprire questa rubrica, che veniva seguita moltissimo in passato, mi accontenta già, è un primo passo. Com’è storia non ho mai parlato solo dello Spezia ma è stato una sorta di osteria, di baretto, o per dirla alla muraiola, un mondo apart. Un elemento di congiunzione con questa compagine però c’è sempre stato: proprio il muro dei tifosi. Ritengo sia una delle poche cose geniali che questa città sia riuscita culturalmente ad esprimere, una sorta di gruppo di poeti estinti, che sotto falso nome cercano il loro capitano. A me è sempre piaciuto, tanto che un giorno qualcuno ha perfino usato il mio nick name per un post per attaccare un collega (e non c’era bisogno, fidatevi). Come ha fatto lo sa solo lui, un genio, ed io ho dovuto farlo annullare.. Sulla serie B, su Zamboni, su comunicati che danno botte di pirla (pardon) a gente come Wierchwood ( nossignori, non si fa, ma non scherziamo), sulle storie di calcio, avremo tempo di parlare spesso. Chiedo solo a questi ragazzi di alimentare ancora le pagine del muro, uno come Gino Patroni ne andrebbe fiero. Però da oggi la mia forza sarà rivolta a cercare la risposta ad una domanda che mi assilla: ma che caspita di città siamo? Perché io non l’ho ancora capito bene. Ed è stato allora che mi è venuto incontro un amico, Paolo Asti. Mi ha consigliato di legger un libro 'Vedrò Singapore ?' scritto da quel grande narratore che fu Piero Chiara (La stanza del Vescovo , Il piatto piange ed altri..) capace soprattutto di descrivere la vita di provincia se non di paese come pochi altri. Fatelo , avrete una piacevole sorpresa. Si parla moltissimo di Spezia , e se ne parla diciamo bene. Il protagonista, un giovane impiegato nell'amministrazione statale al tempo del fascio, si innamora della cassiera di un bar, lei è integra , talmente integra alle tentazioni che , quando decide di cedere, lo fa andando a fare marchette. Lui non lo scopre immediatamente, ma quando viene a saperlo è appena confortato dal sapere che finisce nei due o tre casini più eleganti e d'elite d' Italia . Tra questi la Suprema alla Spezia !! Ora io faccio questa riflessione : si può giudicare anche una città dalla qualità dei suoi casini , nel senso che se i casini sono di qualità evidentemente la città vive splendori contrariamente è nella miseria assoluta?. Può una città, e faccio il paragone, vivere di calcio e non avere pur nulla attorno che non lo alimenta nelle sue forze industriali? Alla fine ho tratto una conclusione: la città in quasi cent’anni si è riempita solo nei casini ed allo stadio, qualcosa vorrà dire. Ed il tutto mi rende veramente felice, specie per chi i “casini” se li è goduti.

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