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Vamos todos cantar del coracao

Footballers, Vasco, Pizza e Farinata

Vamos todos cantar del coracao

- VAMOS TODOS CANTAR DEL CORACAO
Footballers, Vasco, Pizza e Farinata


Lamartine Babo esiste davvero. Anni fa impose l’inno del Vasco de Gama e sembra andò lui direttamente a presentare la marcha oficial. Diceva che la squadra doveva andare a ganar de curacao, con la croce di Malta sul petto. A chi gli chiedeva perché il Vasco dovesse dare l’anima in campo per vincere rispondeva in maniera chiara: “Enquanto houver um curacao infantil o Vasco sera immortal”. “poichè c'è un cuore infantile che batte dentro, il Vasco sarà immortale”.
Ieri allo stadio dei sogni, quello dove vai sempre per attenderti il miracolo (che non arriva, ma tu di torni), lo Spezia ha giocato con la maglia commemorativa dei suoi cento anni.
Che poi nel solito sabato tivvù (spegnetele che è meglio) si faccia demagogia anche su questo è un’altra storia, ma Gino Patroni non scherzava quando diceva che la soglia tra macchietta e persona seria alla Spezia è sottile ed attraversata ogni dì dall’uno e dall’altro.
Una giornata da Vasco de Gama, per riderci un po’ su, o almeno così doveva essere; invece nel bel mezzo della marcetta, Alessi ci ha messo del suo, cancellando quasi la festa. Ma è lì che ho scoperto che poi tra lo Spezia ed il Vasco qualcosa in comune c’era: il Coracao, corazon. Perché una squadra che aveva molti nuovi e cercava idee, colpita com’è stata colpita, se non ha cuore affoga nei suoi pensieri. Lo Spezia ha avuto cuore, perché c’era qualcosa di infantile attorno. Come un bambino che porti al pronto soccorso con il giovin dottore che gli accosta l’ago per cucirgli quell’esile taglio sulla fronte, e tutto l’ospedale e la città attorno, fremono nell’attesa.
Perchè è così; in quello stadio molti tornano indietro negli anni e litigano con gli avversari, con il vicino, con la radio, con chi volete voi, come facevano nel cortile di casa da ragazzini. Quegli undici uomini in campo, sono la spada di un quartiere, di una via, financo di una città. Riescono beati loro ad esorcizzare i demoni della folla e ne confermano la fede. E tutti vogliono la stessa cosa: che lo Spezia vinca. Così ho visto un barelliere litigare con il guardialinee, poi il fotografo litigare con un giocatore della Pro Patria, poi un uomo sporgersi per dire qualcosa a Trezzi appena entrato, poi un’altro inseguire per metri sotto la tribuna Imburgia che stava appena uscendo. E poi ho visto Grieco che rincorreva un avversario per mirargli le piote, e Varricchio trattenere Citterio, perché Citterio non riusciva a trattenerlo.
Ho guardato chi mi stava vicino ed ho detto:”Stasera siamo in testa”. Fortuna vuole che all’ora del tè ci fossimo davvero. Ma in tutto questo qualcosa di fanciullesco c’è. Mi piacerebbe, come a molti, che lo Spezia quest’anno si regalasse il sogno: una B. Soprattutto perché una B qui è come il mundial per l’Italia. Chi quella sera del luglio 1982 era come noi a far carosello in città ed a bagnarsi con l’acqua della fontana di piazza Europa, sa che cosa voglia dire: identificare una generazione con un evento sportivo. Forse la cosa più bella che si possa regalare ad un appassionato. Mi piacerebbe da matti che questa generazione, quella dei muri dei tifosi, della gente che ha sofferto allo stadio, che ha perso play off alla Mandorlini, che ha visto l’Inter e Moratti non vincere neanche per lo Spezia, o ha tifato per Borgo, mettesse una bella impronta sul viale. Noi c’eravamo. C’è qualcosa di fanciullesco? Certo, come nei sogni. Riesce sempre più difficile rimanere neutri, perché oramai la città offre una situazione complicata da poter valutare.
Sognare la spiaggia alla banchina Revel, o giardini adorni, o meno violenza e stronzagine degli automobilisti, che prendono incroci per parcheggi, è un sogno assurdo. Il sognatore è un fesso? Forse. Oggi puoi sognare solo mostri, ma non se parli di calcio.
Perché quella è un’altra religione, alla perenne ricerca del suo Dio, ammesso che anche lui non sia preoccupato a giocarsi o vedersi qualche partita. Sognare e regalare sogni, come ai bambini. Io nel mio piccolo ci ho provato in questi giorni, con una decisione molto poco impegnativa ma spero significativa. Perché nei sogni di un giornalista c’è anche quello di lasciare una traccia del suo cammino, anche con la storia. E’ nata così la lunga ricerca che ha condotto a Footballers, un libro, che mi dicono, ha venduto moltissimo grazie a tutti i lettori. Ma un libro, ve lo svelo, che non doveva uscire. Quando con il testo in mano si sono seduti al tavolo l’Editore, l’editing supervisore ed l’autore non tutto è filato liscio. L’editing ha ritenuto il libro una ciofeca, non era piaciuto, una sorta di minchiata con autografo, con tanto di firma in calce. Mi sono sentito dire tra i denti: “qui si tratta di farsi leggere senza costringere il lettore a chiedersi ad ogni pagina: ma questi i libri li fanno coi piedi? ma alla fine della fiera come cavolo si è chiamato 'sto spezia nel corso del tempo? e questi qui non sono manco capaci di ricopiare le formazioni? se a qualcuno piacciono i Monty Python (anche a me, ma questo non c'entra) dovrebbe almeno sapere come si scrive, o no?. Belin, la prossima volta con quei soldi lì mi ci faccio piuttosto un'indigestione di farinata.”. Capita a chi scrive. Pensate a me che erano due anni che ci lavoravo. Sono uscito male dalla sala, poi in serata l’editore, Salvatore Di Cicco, un abruzzese tosto, ha deciso che del supervisore poteva accettare consigli ma non imposizioni, e così con un over rule ha pensato di rischiare: ”Vediamo chi ha ragione”. Mi ha detto. Siamo usciti con un mese di ritardo, con 325 copie stampate ed una settimana di vendite. Morale? Tutto esaurito. Abbiamo venduto tutte le copie in 7 soli giorni, facendo meglio anche di libri come quello di Tosatti ed altri. ”Un fatto eccezionale sul quale riflettere” dicono ora Editore ed editing-consulente. Sorpresi voi? Non so, di più di quanto lo saranno i bambini di Padre Dionisio, ai quali ho deciso di donare il mio ricavato. Non prenderò un euro, una scelta. Perché la gente di calcio, quando scrive, non ragiona. Usa il corazon, proprio come il Vasco. Sempre pronto a rimborsare la farinata, si intende.

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