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Su due piedi - Vie, eroi e puttane

Su due piedi - Vie, eroi e puttane

- Il fascino di certe partitissime non muore e morirà mai, nonostante la tivvù e quelli che vi urlano dentro creino a latere un'altra calcio. Tutti aggiogati dal pallone. Ma le partitissime restano, perché sanno popolare di visioni fantastiche i vecchi ed i più piccoli, con quest'ultimi che le tramanderanno senza farne uno dei tanti superflui sterili miti del nostro tempo. Perchè sono partitissime. Quella del 6 aprile del 2006 contro il Genoa al Picco resta una di queste, perché vi sono miti che resistono e miti che si sbriciolano, ma Spezia-Genoa no. Tutta una letteratura consumistica è impostata sui miti, ma la storia la fanno le partitissime. Che Spezia-Genoa non fosse mai finita se ne erano accorti in molti, anche se le vie si sono divisi da molto e lo Spezia forse mai andrà a giocare in Europa a Valencia. Però ora, la passione ed il cuore di qualche tifoso ha riaperto la disputa. Un po' strana, ma pur sempre partitissima. Perchè ci sono miti strani che riempiono di confusione le menti, divi di certa musica leggera, il mito dell?ignorante, anche quello per auto elezione come Celentano. Ma ci sono invece i miti che mai scompaiono nella loro bellezza. Come una squadra, quella del 1944, che in un giorno di Allarmi Aerei vinse all?Arena di Milano contro quella che allora era la squadra più forte del mondo, più forte dei club argentini e brasiliani, più forte di ogni squadriglia. Il Torino. 2-1, Bani, un uomo che finì la sua vita vendendo bibite e gelati; Persia e Borrini due colossi di Rodi. Amenta, l?uomo della Costa dei Pirati, l?antico Gramaglia ed il professor Scarpato. Rostagno, il soldatino, la prima ala, destra della storia. Tommaseo, l?eroe vero, Angelini l?uomo dei due gol al Torino. La classe di Tori ed il sinistro di Costa. Per ricordarla e far riconoscere un titolo onorifico si lottò a lungo fin dal 2000 con una battaglia poi vinta nel 2002, quando Franco Carraro, al suo insediamento da presidente della federcalcio, apri? un fascicolo che troppo tanti bellimbusti avevano tenuto in borsa da tempo. E fece quello che andava fatto. Allora fu il massimo perché in tanti si erano sciacquati la bocca con promesse, editti, parole usa e getta, tanti politici avevano parlato di realtà fittizie e di aiuti altrettanto volanti, mai messi in opera. Un manipolo di giornalisti, di gente che amava ed ama il calcio, andò al dunque, mettendo, in un pomeriggio di luglio, in una sala di via Allegri in Roma, in difficoltà seria una commissione di storici ed esperti della federazione. Oggi, e qui c?entra Spezia-Genoa, quella squadra straordinaria va a giocare un?altra battaglia, pur essendo già composta nello stadio dei Cieli. Deve spodestare un territorio, un viale, da viale Amendola al confine del Comune di Portovenere, lambendo Marola, Fabiano, Cadimare. Un movimento popolare vuole infatti spingere la pubblica Amministrazione a dedicare a quell?'impresa del 1944 una parte del viale vicino al Picco, che al momento è dedicato ad un conte discendente della nobile famiglia dei Fieschi, originario dei signori di Lavagna. Genovese. Al dunque. Un vicario imperiale che si comprò dal vescovo di Luni gran parte della Riviera di levante. Che costruì un palazzo ed un castello alla Spezia, un Guelfo genovese che lottava contro i Ghibellini genovesi ed i Doria. Uno, per intenderci, che voleva fare della Lunigiana uno stato. Toschi e liguri, in un solo focolaio. O in una sola polveriera. Quando morì, per rimanere in tradizione familiare, chiese di essere sepolto a Genova, in San Francesco. La storia nulla gli toglie se quel tratto oggi a lui dedicato, per anni associato nella dizione popolana, a donne di infame mestiere, come dicono gli ipocriti, cambiasse nomina. Ipocriti perché la vita presenta bisogni, raccontavano negli anni trenta, che vanno soddisfatti, ?perché la carne ed il denaro decidono tutto?. Passato da un assassinio ad una bagattella, l?adulterio ha regnato per quel viale per anni e anni. Anche noi avevamo, sempre per sfidare Genova, la nostra via del Campo. Fieschi non se ne pentirà di aver lasciato ad altri quei metri di asfalto che fu polvere e di permettere di ricordare l?impresa di stampo antico di chi lottò, corse, vinse e nulla disse. Perché il calcio resta per tutti un?imbarcata di bisogni e di libertà che tanto a lungo ognuno di noi vaneggia. Vie, eroi e puttane, tutti fanno parte della nostra storia.

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