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Willie Penman ed il vento in faccia.

dentro la vecchia guardia, a riposo chi non ci crede

Willie Penman ed il vento in faccia.

- Senza mezzi termini, e non per generare confusione su confusione. Alessi, Guidetti, Varricchio, Giuliano, Addona, Fusco, Saverino, Ponzo (se ce la fa) in campo domenica prossima contro il Treviso. Nicola e Gorzegno in curva tra la gente. La vecchia guardia, magari non tutta in condizioni smaglianti, ma con il ricordo vivido davanti agli occhi di una promozione. Gli altri quattro, con gli uomini contanti, saranno di contorno. Il viaggio di ritorno da Piacenza, in macchina con i colleghi, è stato un tormento, una via crucis, durissima. Avere negli occhi le immagini di Santoni, Soda, dello stesso Valentino, di Franco Ceravolo, di Campagni e della moglie Danila, intristite e poco consolatorie, è stato forte, almeno per chi sedimenta questa cultura calcistica un po’ pazza. Attaccamento, esaltazione, fanatismo, sofferenza, patema, tormento, tutte sfumatura passate nelle nostre anime in pochi mesi. Il calcio riserva sempre emozioni impreviste ed incontenibili, anche in negativo. Per dirla chiara e con grande evidenza: non tutta la squadra ci crede alla salvezza. E’ un dato di fatto, sul quale mi gioco la credibilità. Alcuni sono già senza ancora, veleggiano per altri mari, e mentre molti tifosi hanno investito in questa squadra la loro di credibilità adolescenziale o di uomini maturi, alcuni calciatori se ne escono con risatine che stonano. Era già avvenuto a Modena, e da ridere anche in quel pomeriggio al Braglia, c’era poco. Sposare la passione di un popolo con il talento dei calciatori non sempre è matrimonio riuscito, ma c’è sempre la possibilità di restituire quel miracolo di ingenuità, irrazionalità e disperazione che è l’essenza autentica del calcio e del suo tifo. Battere il Treviso per sperare, si, ma anche per andare a Torino in 5000, fare un viaggio della speranza che per una volta non è verso la piccola Voghera o la lontana Trieste. Con il cuore gonfio di decenni passati a sopportare penose sconfitte ed angosce continue.
Questa è l’ossessione per una squadra che non è stata neanche usata dai politici che vanno oggi al voto. Perchè il calcio è un ingombro in questa città, qualcosa che fa festeggiato quando va bene e che va evitato come la salmonella quando è avariata. Al calendario non guardo, molte saranno le partite già scontate a fine campionato, eppure Luciano (che lo chiama Ruggieri) è a seguire i nipotini a casa. Segno che qualche esimio giornale nazionale dovrebbe per lo meno riflettere e scrivo senza neanche conoscere i risultati dell’ultima di A, che vi lascio immaginare su alcuni campi. Vediamo a Cesena se il signor Castori domenica tiene fede alla sua rettitudine, ma al di là di questo il Verona contro il Napoli ha giocato un match a velocità che lo Spezia di oggi si sogna, ed il Modena ha battuto la Triestina , tra le più in forma del momento. Ho dubbi sull’Arezzo, forti, e me li tengo, al di là di quello che sta facendo Floro Flores. La vicenda del Tar è surreale e fossi in Ruggieri, se il 7 succede qualcosa, andrei alla magistratura ordinaria. L’Uefa ha spesso ammonito la FIGC, Abete è intervenuto, ma dalla Toscana si va avanti e resta da capire qualche antefatto oscuro. C’è poi un’indagine della procura federale non decollata, che gli ispettori hanno o dovrebbero aver aperto dopo Spezia-Triestina. Vigileremo ed al momento opportuno faremo sapere, siamo tra i pochi ad esserne a conoscenza. Almeno a livello formale un intervento era doveroso, se non c’è stato è gravissimo.
Il tifoso però, normalmente irragionevole, tutto ciò non riesce a valutarlo. Ma contro il Treviso deve andare in campo la vecchia guardia, quella che per questa maglia ha dato tantissimo, che ha fatto un centinaio di partite, che è pronta a metterci la gamba, che conosce a mena dito il popolo dall’interno. Ed ora via questo silenzio stampa che così’ com’è sembra davvero una processione funebre, magari limitandolo ai giocatori, pochi dei quali tra l’altro possono offrire spunti degni di esser scritti. Domenica prossima molti di noi non andranno solo allo stadio, ma scriveranno con le loro mani un libro sulla loro personale nostalgia. Vorrei mutuare qualche frase di un amico, Alessandro Sgorbini, sempre molto preciso in questi momenti. Le attendo da lui, anche via sms. Vincere con il Treviso per sperare. E poi viaggiare verso Torino ed il Comunale, io lo chiamerò ancora così, essendo nato e vissuto a meno di 400 metri dalla curva Filadelfia. Il giorno del derby del 1961 tra Juventus e Toro. Una delle prime grida che devo aver avvertito è quella di uno stadio, forse la malattia deriva da questo. E poi sperare, sperare, sperare e soffrire. Come fece un giorno un calciatore, Willie Penman in uno splendido racconto di Harry Ritchie, in una semifinale di coppa di Scozia. Caduto in area piccola, dopo il cross di un compagno, si era ritrovato disteso con la palla quasi nella faccia nell’impossibilità di colpirla ed allora aveva provato a mandare la sfera in rete cercando di soffiarci sopra. E c’era riuscito.
Crederci, crederci, il refolo di vento è dietro l’angolo.

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