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“Agli amici di Spezia”, un'ode di sentimento

di Alberto Scaramuccia

“Agli amici di Spezia”, un'ode di sentimento

- Spesso ho detto di Severino Ferrari, bolognese di nascita, figlio adottivo della Spezia, grande filologo allievo di Carducci, poeta amico intimo di Pascoli, insegnante di lettere: capitò qua nel 1882 e del Golfo s’innamora. Ne sposa una figlia, la bella Ida, che si portò in giro per l’Italia là dove il mestiere lo comandò.
Da Modena nel 1891 invia una poesia “Agli amici di Spezia”, un componimento che credo sia stato pubblicato solo sul giornale “La Spezia” nel fine dicembre di quell’anno lontano: bella scoperta fatta gironzolando fra gli antichi periodici locali.
Collocata al termine dell’articolo, è una canzone di sette strofe, ognuna composta da quattro endecasillabi a rima alternata, ma non mancano due assonanze.
Come sempre in Severino, la fattura, formalmente ineccepibile, s’imposta su una compostezza classica sottolineata da termini ricercati: riede, suade, aderge, pinto, spaldi. C’è anche un accusativo alla greca (pallide la faccia), né stonano il dialettale mandiletto o la metonimia di bronzi per cannoni. Diversi sono gli enjambement, l’artificio di iniziare un verso completando il concetto espresso nella riga precedente. Spesso poi la preposizione non è articolata: non per ragioni metriche, ma per rallentare il ritmo della lettura e renderlo più maestoso.
Ciò però che più intriga è il mondo sentimentale che ne scaturisce.
Innanzitutto, l’amicizia sincera e profonda con gli amici spezzini, un affetto che scaturì subito per identità di cultura, sentimento così forte che la lontananza non incrina per nulla.
Però, quello che viene fuori in maniera così prepotente da non essere per nulla comprimibile, è l’amore smisurato per la Spezia, la città che l’aveva accolto eleggendolo al rango di figlio prediletto.
Della Spezia il Poeta traccia una rapida storia, ed è interessante che la dica essere stata un “picciol borgo”, un paese modesto. Severino quella città non l’aveva mai vista, era arrivato qua ben dopo che l’Arsenale aveva innescato il volano virtuoso che aveva fatto giungere sul Golfo l’industria e il porto di cui quindici mesi prima era stata posta la prima pietra.
Perché allora fa quell’affermazione? Evidentemente ripete cose sentite dagli amici che, immagino, gli tracciarono un panorama di quello che era stato il punto di partenza. Ferrari, comparando le descrizioni con quanto vede, esalta i passi compiuti con i “palazzi giganti” alzati al cielo dalla città militare che dalle alture sorveglia il mare.
Ma si noti la critica rivolta a Genova per il ruolo matrigno svolto: per essere spezzino verace Severino doveva per forza essere anche anti xeneize.


Dal settimanale “La Spezia” del 24-25 dicembre 1891, pag.2

Agli amici di Spezia

Amici, tanta forza ha in me il richiamo // vostro al bel lito che ’l mar lento fende // che il cuor brillando, svolgesi dal gramo // fumo stillante, ed ilare a voi riede [ritorna].
Sopra il gran Golfo Spezia fluente // suade [esorta] ancora l’opre e le canzoni; // ferve a le navi l’opera stridente; // guardano il mar le donne da i balconi.
Fu picciol borgo; e dove ora giganti // palazzi aderge [innalza] in lucidi colori // tendean le reti di mare stillanti // con gesti gravi un giorno i pescatori.
Varato il gozzo a gran forza di braccia, // moveva alla Sardegna di rimpetto. // Spose su ‘l lito, pallide le faccia, // agitavano il pinto mandiletto [variopinto scialletto].
Genova, l’alta, a spregio la minore // sorella tenne, anco ne l’ombra ascosa; // ed essa crebbe di marin valore // nutrita, paziente faticosa.
Ed or che Italia madre, de la costa // ponente la fe’ Pallade guardiana, // col braccio ai bronzi [cannoni] onde la sottoposta // marina veglia da la Castellana:
Spingendo in mare scafi ardui - turriti // spaldi [bastioni] d’acciaio - par che a’ minaccianti // collegati al nemico eterno addìti // le sue risposte, e loro gridi - Avanti!

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