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Da icona della comunità a caserma invisibile

di Alberto Scaramuccia

Da icona della comunità a caserma invisibile

- Della vecchia Spezia di prima dell'Arsenale, racchiusa fra le sue quattro mura striminzite, un segno distintivo era il maestoso complesso, chiesa e convento, dedicato al Santo di Assisi che si sdraiava nel canalone di Fabiano. Distante dal centro, con le strade non praticabili come oggi, vi si andava a cavallo, usando soprattutto quello di San Francesco. Eppure, nonostante tutto, la chiesa era molto frequentata anche se quando sorse, fu in forma ridotta, quasi anonima. Ma i fedeli furono così tanti che la vollero imponente al punto che al complesso presto la devota soddisfazione popolare aggiunse l’appellativo di Grande. La si vedeva da lontano e gli Spezzini menavano giustificato vanto per questo loro logo che li rappresentava nel mondo.
San Francesco era grande anche per le circa venti cappelle che le famiglie patrizie si alzarono nella chiesa. Si fecero in maniera confusa e senza un progetto a regolare lo spazio, cosicché l’organizzazione interna appariva un po’ disordinata. Tuttavia, neppure l'arruffata distribuzione delle superfici inficiava il senso di potenza che il complesso francescano emanava: sacrale, certo, ma anche civile. Infatti, gli Spezzini si riconoscevano comunità anche grazie al presidio religioso che assurgeva al ruolo di icona, elemento identificatore che trascendeva il pur più che importante afflato spirituale che lo connotava.
Eppure, il complesso caro al Poverello d’Assisi che aveva superato la tempesta napoleonica, nulla poté contro la superiore necessità dell’Arsenale che tutto sconvolse e distrusse in quella parte di territorio. La terra diventò l'acqua delle darsene, sparirono le chiesette esistenti, unici edifici in mezzo a olivi ed alberi da frutta, San Francesco diventò sede della stazione dei Carabinieri, destinazione che tuttora mantiene, conservandosi dell’antico splendore solo il chiostro e poco più.
Un argomento di discussione oggi è l’utilizzo delle aree che le Autorità militari potrebbero dismettere: darsene, capannoni, caserma, ma stranamente dal dibattito è restato finora escluso il possibile riutilizzo dell’antico complesso conventuale francescano. Come per gli altri, non è percorso rettilineo, né di breve durata e, se lo si vorrà considerare un obiettivo degno di essere perseguito, necessiterà, al pari degli altri, di tante energie e pari pazienza. Però, ci si riuscisse, di una cosa, a mio avviso, occorre essere consapevoli. Non si vuole ricostruire un simbolo identitario, operazione che le epoche differenti rendono impossibile, ma solo ridare al territorio un pezzo del suo tempo che si è fortemente voluto ritrovare, una tessera che è stata incasellata al suo giusto posto assieme ad altre per fornire la miglior visione d’assieme di quel grande puzzle che è il trascorso del nostro territorio. E nella conoscenza di quel mosaico ritrovare qualcosa che accomuni e renda noi oggi collettività coesa come fu quella prearsenalizia che nei suoi simboli sapeva ritrovare non solo consapevolezze, ma anche linguaggio.

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