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Il mistero di Boron e della "u" puntata

di Alberto Scaramuccia

Il mistero di Boron e della "u" puntata

- In una viuzza del Favaro, tanto sperduta che la conoscono solo lì, si cela un mistero da secoli irrisolto, ma anche una bella storia da raccontare.
La via si chiama Boron, antico nome che per alcuni studiosi continua nel monte Beverone che sovrasta la zona.
Nel suo mistero c'è una certezza: era una stazione itineraria dove chi vi transitava poteva trovare un alloggio e sfamarsi. Tuttavia, la luce della sicurezza si fa più fioca quando si cerca di stabilire con buona approssimazione dove quella fermata era posizionata.
Giova allora farne la storia. Noi troviamo menzionato questo inconsueto nome in una Tavola costituita da 11 pergamene che formano una lunga striscia di oltre sette metri, alta però solo 33 centimetri. È dunque una mappa, ma bastano questi numeri per far capire che la rappresentazione cartografica che ne risulta è molto infedele con le misure che risultano oltremodo schiacciate dalla sproporzione fra le dimensioni. Fatta forse ai tempi di Augusto per mostrare la rete viaria esistente, rappresenta tutto l'Impero allargandosi fino a Gange, India e Sri Lanka senza dimenticare il nord Europa.
Come che sia, la Tavola che oggi abbiamo e che è conservata in un museo di Vienna, è dunque una copia che, fatta da un frate domenicano a Colmar verso il 1265, finì a inizio '500 nella mani dell'umanista austriaco Konrad Peutinger. La ricevette da un amico; voleva pubblicarla, ma la morte lo impedì. Fu così stampata ad Anversa solo a fine secolo.
La Tabula Peutingeriana, noi la chiamiamo così, ci interessa perché nel segmento che ci riguarda troviamo una serie di casette e di indicazioni a fissare l'attenzione sui luoghi per noi maggiormente significativi: Pisis, Luca, ad taberna frigida (il Frigido è il fiume di Massa), Lune, Boron, in alpe pennino (forse il Bracco). In mezzo a questi due ultimi nomi una “u” puntata.
Molti studiosi sono convinti che Boron fosse un'imponente stazione navale romana che dalla pieve di San Venerio, su cui svetta il monte Beverone, si estendeva verso occidente fino addirittura a toccare l'attuale piazza Verdi.
L'ipotesi è affascinante. Apre spiragli per risolvere la tormentata questione di dove fosse nei tempi antichi, ammesso che ci fosse, il porto spezzino; offre interessanti suggerimenti per affrontare percorsi permeati da malia, però c'è quella “u” puntata che spariglia le carte in tavola.
Che cosa vuol dire 'sta benedetta lettera? C'è anche chi pensa che sia l'abbreviazione dell'avverbio latino usque, fino a. Indicherebbe allora una via “fino a Boron”, località che ancora troviamo nel nizzardo, vicino a Villafranca che fu sede del primo arsenale dei Savoia ed a Montalbano, un nome tipicamente ligure che è frequente in tutta questa nostra area più vasta che va dal Magra ad oltre confine. In questo caso allora l'indicazione riguarderebbe una via che porta fino a La Turbie, comune francese sopra Monaco che Dante ricorda nel XII del Purgatorio per dire che la strada fra Lerici e Turbia è estremamente accidentata e disagevole.

ALBERTO SCARAMUCCIA

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