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L'apocalisse di Rapallo

di Alberto Scaramuccia

L'apocalisse di Rapallo

- Gli avvenimenti luttuosi che hanno colpito la nostra Regione nel recente passato, sembrano confermare la tragica serialità di questi episodi che troppo spesso si ripetono devastando il territorio che abitiamo. Se scongiuriamo l'ipotesi funesta con gesti scaramantici mentre aspettiamo che si attivino le misure idonee a prevenire i disastri, resta la considerazione che la nostra terra per sua natura, anche in periodi lontani, soggiaceva a nubifragi violenti che sconvolgevano il territoorio provocando rovine, guasti, disgrazie.
Così, scorrendo gli antichi periodici spezzini del 1915, veniamo a conoscenza del tremendo nubifragio che il sabato 25 settembre di 99 anni fa infuriò su Rapallo, soprattutto, ma si allargò anche ad aree limitrofe.
La descrizione del disastro che le squadre di soccorso immediatamente accorse dalla Spezia riportano, disegnano uno scenario apocalittico.
Più che abbondanti piogge ingrossarono il torrente Bogo che straripò travolgendo tutto. L'impeto dell'acqua fu tale che superò l'argine della ferrovia ed invase la cittadina allagandola ed addirittura sommergendola.
Dalla Spezia, con le autorità, partono 150 marinai, 220 artiglieri, pompieri, uno staff di sanitari militari e civili: non poco se si considera che da sei mesi il Paese è in guerra.
A Lavagna il treno dei soccorsi deve arrestarsi perché tutto il terreno è allagato. Militari e pompieri avanzano nell'acqua di notte; medici e autorità raggiungono con mezzi di fortuna Chiavari da dove un treno li porta a Rapallo dove si ricongiungono con il resto della spedizione. La loro meta è «il vallone a Sant'Anna e a San Pietro» dove prestano i primi soccorsi alla popolazione allagata. Nel frattempo, i militi della Pubblica Assistenza spezzina, su richiesta della locale Croce Verde, si sono fermati a Lavagna. Lì intervengono nella via De Ferrari allagata e semidistrutta per portare in salvo alcuni cittadini che erano in estremo pericolo.
La mattina seguente ha inizio l'opera di ripristino dei servizi pubblici e della viabilità: si abbattono i muri pericolanti, si sgombrano le strade da macerie e fango, si ricercano gli scomparsi nella speranza, spesso vana, di non trovare dei cadaveri. La gente è distrutta; i soldati possono solo spartire con loro il rancio: il pane e la scatoletta di carne che sono il pasto giornaliero.
Ma lo spettacolo è davvero desolante. All'incanto di ieri, dicono i testimoni, fa da ben triste contrappunto lo squallore di muri atterrati, case crollate, strade sconvolte, negozi riempiti dall'acqua che arriva fino ai primi piani. Proprio qua è maggiore il numero delle vittime: persone che lì stavano lavorando e che lì sono stati travolti dalla furia del Bogo.
Il giornale spezzino commenta che solo il tempo e l'attività generosa degli abitanti potrà dire se si tornerà al «sorriso incantevole» che caratterizzava «questo angolo di terra dove ora regna il lutto».
Ma basta oggi l'impegno dei cittadini per prevenire i disastri ambientali?

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