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L'ultima poesia di Gamin

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
L'ultima poesia di Gamin

- Rimanere come si è stati da giovani, è difficile esserlo quando i capelli imbiancano, ma certe passioni non sopiscono e continuano a scorrere per rivelarsi come fiume carsico quando meno ce lo si aspetta.
Nel 1918, l’anno della vittoria, Ubaldo Mazzini è un intellettuale serioso e compunto, studioso stimato ed elogiato ben oltre i confini patri per l’accuratezza delle sue ricerche. Da quando l’hanno nominato Direttore della Biblioteca, non vediamo più suoi articoli sul Corriere della Spezia, la testata cui aveva contribuito a dare vita.
O almeno non vediamo più la sua firma perché l’Ubaldo non riesce a mettere la sordina alla sua verve giornalistica. All’occasione propizia, da buon prestigiatore tira fuori dal cilindro la notazione storica frutto di ricerca accurata e ne fa un pezzo che il Corriere gli pubblica. Naturalmente, l’articolo esce anonimo perché la carica che ricopre impone certe regole.
Anonimo dunque, ma riconoscibilissimo: per lo stile e la materia, per la meticolosità e l’attenzione. Ma in quegli scritti si mantiene sempre austero: la storia non è una barzelletta e la forma, come l’etichetta, va rispettata.
Ora non saprei dire quanto si trovasse bene in quei panni severi e rigorosi, ma lo spirito del monellaccio irriverente che aveva animato la produzione giovanile si mantiene imperterrito.
Allora si firmava Gamin, birichino in francese, e malandrino sempre fu.
Quando cento anni fa l’Italia vinse la guerra, fu ubriacatura generale e Gamin non poteva astenersi dalla grande sbronza collettiva.
Che cosa ti fa? Parodiando il 5 Maggio di Manzoni, scrive una poesiola per dileggiare il Kaiser sconfitto, un’ode che presa in allegria si può leggere anche con il ritmo di una marcetta scherzosa. Nasce così, rigorosamente anonima ché tanto tutti capiscono immediatamente chi ne è l’autore, “L’abdicazione del Kaiser”, di cui subito si avverte sul metro di quale poesia va letta. Il testo, a parte che sul Corriere, non lo troverete da nessuna altra parte perché troppo spesso si dimentica che anche gli antichi giornali per la ricerca sono una fonte altolocata come gli altri archivi. Nessuno li legge e di conseguenza nessuno sa.
Nella poesia (la leggete sotto) non si cerchino afflati che un testo di quel genere non può evidentemente contenere. La si legga invece come specchio di una situazione collettiva che va oltre i confini della Sprugola che come al Bar dello Sport deride schernendolo il nemico vinto.
Ma è anche il frutto del genio di Gamin che nel fare il verso ai manzoniani versi s’era già cimentato nel giugno 1893 e nel maggio del ‘97.


L’abdicazione del Kaiser
(Sul metro del 5 Maggio)
Ei fu, simile a un bolide // Che cade come un sasso, // Dopo aver fatto strepito // Vivendo con fracasso, // Mentre beata e fulgida // La terra al nunzio sta.
Ride e tripudia all’ultima // Ora del Sir pazzesco, // Giacché sarà difficile // che un muro più grottesco // sul trono d’Hoenzollern // S’affacci per regnar.
Lui folgorante in solio // Gonfio di boria stolta // Fra ‘l risonar di pifferi // Lo vidi una sol volta, // E mi sembrò una maschera // Con tanti suoi lacchè.
Dal Reno alla penisola // Scoppiò come un petardo // Coperto di ridicolo // Come la gatta la lardo // Vibrando il pugno teutone //per fracassarsi il piè.
Fu scemo o pazzo. Capperi! // Nerone addirittura, // Vuol conquistar l’Oceano // E prega per paura, // E mucchi di cadaveri // Salgono fino al ciel.
Sognava di recingere // L’imperial corona // Su tutto il mondo trepido //Disteso a faccia prona; // Ma s’ingannò l’autocrate // E i popoli balzar.
Balzar dall’Alpi al vertice // Del vecchio e nuovo mondo; // Si strinser con un fremito // Di palpito profondo, // Giurando l’esterminio // De’ barbari invasor.
E la vittoria innalzasi // E va di terra in terra // Canta gli Eroi d’Italia // Di Francia e d’Inghilterra // Sferza, flagella e fulmina// L’imperator Moloch (1).
Cade così il carnefice // Dell’infernal impero // Fra ‘l sangue delle vittime sacrificate al nero // Tiranno abominevole // E ciarlatano ancor!

(1) Per chi non lo ricordasse, a Moloch loro divinità, gli antichi Fenici sacrificavano vittime umane.

Corriere della Spezia, 17 novembre 1918, pag. 2

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La poesia di Gamin "L'abdicazione del Kaiser"


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