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L'ultimo viaggio di Shelley, l'8 luglio di 194 anni fa

di Alberto Scaramuccia

L'ultimo viaggio di Shelley, l'8 luglio di 194 anni fa

- Fu un lunedì strano l’8 luglio di 194 anni fa. Era estate, ma il mare era molto imbronciato, le nuvole si agitavano basse all’orizzonte e chi sapeva sconsigliava di mettersi per mare. Ma Percy Bisshe Shelley non ce la faceva più a restare a Livorno. S’era recato nella città labronica da San Terenzo dove soggiornava con Mary, i figli, gli amici Williams con cui dà vita ad uno strano ménage che oggi passerebbe quasi inosservato, ma che per i costumi del tempo suscitava molte chiacchiere.
Il bel Percy s’era portato in Toscana per acquistare una goletta che aveva subito ribattezzata Ariel, chissà se per ricordare lo spirito dell’aria che farfalleggia nella Tempesta di Shakespeare, o se, come scrisse Manara Valgimigli, voleva che la sua nave portasse il nome dello spirito delle acque, il nume che per la cabala rabbinica è destinato a dissolversi nel suo elemento.
Fosse vera questa supposizione, nel nuovo nome appena impressole la goletta portava scritto il suo triste destino.
Quando, infatti, quel triste 8 luglio di 194 anni fa, la Ariel arrivò davanti al litorale di Viareggio, non ce la fece più a reggere gli sconquassi che il mare adirato portava contro i suoi fianchi, e, giunta alfine allo stremo delle sue ultime forze, si inabissò nell’ultimo viaggio trascinandosi dietro Percy, l’amico Edward, il marinaio che si erano portati dietro.
Una diecina di giorni dopo le onde restituirono le salme alla sabbia di Viareggio. Come s’usava, per la paura di un contagio, i corpi vennero cremati.
Così, 28 giorni prima del suo trentesimo compleanno, scomparve un grande e, come succede sempre, sul suo nome fiorirono storie: chissà se vere, forse solo leggende.
Una di questa vuole che l’amico Trelawny che era andato apposta a Viareggio per l’ultimo saluti a Percy, vedendo che la fiamma non riusciva a consumarne il cuore, riuscì a strapparlo alla pira. Lo diede a Mary in una scatola di legno e lei lo serbò con sé fino alla morte.
Le ceneri del poeta furono poi inumate a Roma nel cimitero acattolico del Testaccio. Accanto a lui riposa il figlio William e nei pressi, poco distante, giace l’altro grande poeta romantico John Keats.
Ancora c’è chi li visita. Erano convinti che la vita fosse un’avventura da viversi cedendo alla passione che esalta il sentimento senza indulgere alla ragione che sempre sconsiglia dalle azioni avventate.
Forse, dipese da quello la decisione di mettersi per mare quel lunedì di 194 anni fa oggi, quando le onde si alzavano furenti e affrontarle era la sfida che dava il senso all’esistenza.

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