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La conoscenza, vero momento di libertà

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
La conoscenza, vero momento di libertà

- Ha avuto successo la miniserie dedicata dalla Rai a “Il nome della Rosa”, il grande romanzo che Umberto Eco pubblicò nel 1980. C’è stato chi ha criticato la trasposizione televisiva che si discosta come il film dell’86 dall’originale, ma ogni opera va giudicata per quello che è e non per lo spunto che l’ha originata.
Dirne su questa rubrica intitolata alla storia della nostra città, è certo un’anomalia della quale mi scuso giustificandomi con il grande amore che da sempre nutro per il libro.
Del resto, la Spezia in qualche piccolo modo c’entra. Eco, riprendendo un verso di Dante (Pg, III, 49) dirà nelle Postille dell’83 che l’abbazia dei delitti avrebbe potuto essere in una località qualsiasi fra Lerici e Turbia, località sopra Monaco che stava al termine di un percorso scosceso che partiva dal nostro Golfo. Inoltre, un protagonista, ma solo del libro, è Ubertino da Casale (Monferrato) che Falconi asserì essere di queste parti scambiandolo per un omonimo francescano di Casale (di Pignone), cosa di cui mi accorsi per primo qualche anno fa (ma l’intellighenzia spezzina manco s’avvide che nel Baudolino, libro europeo del 2000, Eco citava come piatto prelibato un ciato de fainà consumato a Costantinopoli).
Il Nome della Rosa si presta a più letture: dal componimento realizzato con citazioni di frasi di classici (iniziava ad andare di moda il copia/incolla) al mistery, dall’affresco della letteratura mondiale contemporanea con il monaco Jorge da Burgos a rappresentare il grande maître-à-penser Jorge Borges che di labirinto e biblioteca fece oggetto dei suoi libri, ai problemi che a quel tempo poneva la fine degli anni di piombo.
È in ogni caso indubbio che alla prima lettura si pensi di leggere un grande giallo ben costruito con morti inspiegabili che ruotano attorno ad un libro difficile da trovarsi, custodito in un dedalo inestricabile e la cui lettura è comunque consentita solo a pochi eletti pena la morte. Perché la causa di quella catena di omicidi è proprio quel libro: non per quello che dice, ma per le protezioni messe affinché il suo contenuto non venisse conosciuto.
Forse, è proprio questo il messaggio principale che ha voluto trasmettere Eco, che la conoscenza è un momento di libertà perché mette in comunicazione persone diverse che dallo scambio delle proprie opinioni, crescono reciprocamente. Fino a che la cultura resta retaggio di pochi, c’è sì la libertà di parola e di opinione, ma la mente viene pregiudicata nell’esercizio delle sue funzioni. Leggere significa confrontarsi con l’altro e questo è il primo passo contro intolleranza e dogmatismo.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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