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Là dove arrivavano i marosi

di Alberto Scaramuccia

Là dove arrivavano i marosi

- C’è un’antica carta della Spezia che mi attrae particolarmente anche perché ne posseggo una copia che da qualche decennio troneggia sulle pareti casalinghe. Opera dei cartografi Ferretto e Brusco risale al 1767, 250 anni fa. Conoscendola in ogni particolare, ne ho parlato già qualche altra volta. Però, non m’è mai capitato di dire della scritta veramente speciale che compare nella vecchia mappa e che affascina e turba al tempo stesso. Sono parole dal colore oscuro che corrono sulla carta (è la linea bianca) dal basso verso l’alto, collocate nei pressi dell’antico complesso francescano poi diventato stazione dell’Arma in Arsenale.
In 8 parole il testo compone una minaccia: “sito ove arriva il mare essendo in tempesta” e lungo la costa sta il “Progetto di una palisata” per contenere i marosi. Insomma, in quell’epoca lontana, quando a Nettuno gli giravano, i cavalloni provocati dai suoi nervi, arrivavano ben dentro la terraferma. Là oggi ci sono darsena e bacini, ma al tempo trovavi solo campi. La città, non ancora espansa, se ne stava rinchiusa nel suo quadrilatero murato, ma, dove batteva l’onda furiosa, era terreno adibito a culture e potenzialmente abitativo.
Ma dove si trovava questo luogo?
Non è cosa ardua individuarne la collocazione: il convento francescano che stava nel canalone di Fabiano e oggi è sede dei Carabinieri, è bussola che orienta con facilità. In due parole, il sito tempestoso stava nel bel mezzo dell’Arsenale, a metà strada fra il convento e porta Sprugola, proprio alle spalle di piazza del mercato da cui dista solo poche decine di metri.
Oggi il pericolo di beccarsi le onde non esiste (credo, spero; da un po’ hanno fatto la diga), ma 250 anni fa quella era una possibilità inquietante.
Però, due secoli e mezzo, se rapportati alla vita di una persona misurata secondo le ultime aspettative di vita, sono un’enormità, a quante generazioni corrispondono? 8, 10? E chi lo sa? E chi saprebbe dire, a meno che non discenda da nobili lombi, chi erano e come si chiamavano i suoi trisavoli? Ma nella vita della terra, due secoli e mezzo è come per noi dire a ie-i l’autro. E dunque, in un passato molto prossimo, la precarietà della vita degli antenati era complicata anche dalla furia dei venti scatenaonde.
Per questo, quando i progenitori andavano a coltivare da quelle parti perigliose, se c’era bonaccia, camminavano a cuore molto più leggero. Avrebbero sudato con maggiore copia ché nessun venticello sarebbe intervenuto a ventilare attenuando la fatica, ma non avrebbero mai guardato in direzione del mare per vedere se qualche onda si alzava più alta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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