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La lezione politica di chi nel 1980 donava per i terremotati dell'Irpinia

di Alberto Scaramuccia

La lezione politica di chi nel 1980 donava per i terremotati dell'Irpinia

- La sera di domenica 23 novembre 1980, dunque 38 anni e due giorni fa, ci fu il tragico terremoto dell’Irpinia. Lo aumentarono nella sua drammaticità l’ora in cui avvenne (la gente se ne stava seduta a guardare i goal di “90° minuto”) e la deficienza dei soccorsi. Il Presidente Pertini, il Presidente più amato dagli Italiani, visitando le zone colpite, non risparmiò le accuse a chi avrebbe dovuto provvedere ai soccorsi e colpevolmente non lo fece in modo adeguato. Per le sue rampogne e per la solidarietà che sempre scatta, fu una nobile gara in tutt’Italia per aiutare in ogni modo le popolazioni sfortunate. Anche il nostro territorio rispose prontamente e con generosità: la mobilitazione fu generale e nessuno si tirò indietro.
Allora ero iscritto alla sezione Nord del PCI, quella di piazza Brin, che subito si mosse con tutta la sua forza organizzata: rispondevamo ad una direttiva del Partito, ma se anche non ci fosse stata, avremmo fatto lo stesso.
Percorrevamo il quartiere in lungo e in largo, e pioveva assai, per raccogliere le offerte di danaro e la roba che portavamo al punto di raccolta sotto i portici di via Firenze. Avremmo potuto mettere i pacchi di viveri e vestiario direttamente nella sezione che stava ad una cinquantina di metri. Scegliemmo invece di fare così per mostrare il successo della nostra iniziativa, ma soprattutto perché si vedesse che non imboscavamo nulla e che quanto raccolto partiva per dove c’era bisogno.
Fu tanta la roba e tanti i soldi. Tutti offrivano e la maggior parte di chi dava, veniva da noi perché di noi si fidava. Superammo tutte le altre organizzazioni che nel quartiere si erano attivate per gli aiuti: di qualunque razza esse fossero, di qualsiasi orientamento.
Ci davano i soldi gli iscritti che accantonavano le beghe sulla linea politica, i simpatizzanti versavano a noi le loro offerte, ma anche chi non ci votava veniva da noi. Cattolici, socialisti, repubblicani, gente di destra consegnavano le loro offerte sotto la bandiera con la falce e il martello cui nell’urna mai avrebbero dato il consenso.
Sapevano che non avremmo dato nulla in cambio, ma sapevano anche che non avremmo tradito le loro offerte che per molti costituivano un sacrificio. Semplicemente avevano fiducia in noi, modesti militanti che dell’onestà avevamo fatto la parola d’ordine fondamentale. Quando volevo dare la ricevuta per i soldi ricevuti, la maggior parte delle volte la risposta era “ma dai, fra di noi …”.
Ma tu dirai che intanto l’ACAM proliferava, che nei posti pubblici la trasparenza non era la regola, che il compagno G. in breve si sarebbe messo in movimento, ammesso che non lo facesse già.
A quei giorni ingenuamente fiduciosi ripenso oggi che si rincorrono gli incontri e le riunioni per rifondare la sinistra. Mi pare che tutti dimentichino quelli che secondo me rimangono gli elementi fondativi della democrazia: l’onestà ed il rifiuto di favoritismi e clientela.
In poche parole, la questione morale: è da lì che discende tutto il resto.

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