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La storia di Gino, figlia dell'8 settembre 1943

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
La storia di Gino, figlia dell'8 settembre 1943

- Settantasei anni fa oggi (il Paese era ancora nel pieno del conflitto e gli aerei distruggevano città e impianti, noi ne sappiamo qualcosa), fu il giorno più buio con le istituzioni che disertarono mentre la Wermacht invadeva la Penisola. Nel caos però nacque la volontà di resistere. I primi ad opporsi furono i militari che in gran parte si rifiutarono di combattere con i tedeschi. Furono sterminati come a Cefalonia ma tanti furono deportati in Germania per lavorare come schiavi, manodopera quasi gratuita.
Storie note anche per i diari e le testimonianze lasciati da quei giovani in stellette.
Giusto ora sto leggendo uno di quei memoriali. Il ventenne Gino (uso un nome di fantasia) è radiotelegrafista a Pola quando succede il patatrac. Non volendo andare con il Reich, è deportato in Germania orientale dove lavora in una fabbrica che produce benzina sintetica. Qua comincia la sua storia che è quella di tantissimi altri e che ben conosciamo. Lavoro massacrante e alimentazione che dire scarsa è fargli un complimento: sbobba a pranzo e un po’ di pane la sera, roba che quando ti capitava una rapa cruda era lusso da gran gourmet! Poi c’era la paga: marchi con cui si potevano fare acquisti solo allo spaccio del lager e non all’esterno, ma di fatto non c’era altro da comprare che un pezzo di sapone. In compenso, nel campo c’erano tanti amici che sempre pronti a farti compagnia, non ti lasciavano mai: cimici e pidocchi che anche con i peli rasati a zero trovavano sempre il modo di crearsi un ambiente caldo nel corpo dei prigionieri cui a un certo punto cade un’altra tegola in testa. Per accordi fra Salò e Berlino, i reclusi vengono declassati da prigionieri di guerra a internati militari, una beffa che li priva anche del minimo aiuto che poteva fornire la Croce rossa. Ecco perché quando si vedono in uno specchio, trovano davanti a sé solo larve umane a cui si contano le ossa e non più persone. Poi Gino girovaga per altri lager, ma la musica non cambia. Unico sollievo sono le notizie che arrivano clandestine dal fronte e dicono dell’avanzata degli Alleati dall’Ovest e dei Russi dall’altra parte. Per questo non c’è sorpresa quando i carcerieri una mattina li lasciano liberi. Gino è liberato dall’Armata Rossa e per lui comincia un’altra odissea che assomiglia tanto al ritorno descritto ne “La tregua” da Levi: un girovagare senza meta in un assurdo giro dell’oca. Poi, finalmente, il ritorno a Vezzano e l’abbraccio con la famiglia.
Una bella lettura che ho condensato nel poco spazio che ho ma che spero possa essere data agli archivi sì che tanti la possano leggere.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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