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Lana e maschere antigas per i soldati al fronte

di Alberto Scaramuccia

Lana e maschere antigas per i soldati al fronte

- La guerra che l'Italia cominciò a combattere cento anni fa viene presentata dalla stampa spezzina come una guerra diversa da quante altre c'erano state in precedenza. Per i nostri antichi periodici a fare la differenza non è tanto l'aspetto tecnico, ma soprattutto sono le caratteristiche che il conflitto presenta. La stampa le sintetizza nel “non essere guerra di eserciti, ma di popoli” che sono impegnati, ognuno con le proprie più o meno giuste motivazioni, a sopraffarsi. Per questo è necessaria, anzi indispensabile, la mobilitazione dei cittadini che contribuiscano in ogni modo: dalla sottoscrizione del prestito nazionale di un miliardo subito lanciato dal Governo, alle elargizioni di danaro; dall'offerta di materie prime indispensabili come la lana (quanta ne serviva per chi stava in trincea sulle Alpi!), alla disponibilità al lavoro. Infatti, sotto l'egida del comitato Pro Patria che immediatamente si forma non appena si entra in guerra, si aprono dei laboratori casalinghi per produrre capi di vestiario per i soldati, ma anche di più sofisticati per confezionare maschere antigas, il rimedio contro la nuova arma. L'hanno usata in Belgio, a Ypres, con così tale abbondanza che alla sostanza chimica verrà poi imposto il nome di iprite. I gas fanno paura e le conferenze che qua si tengono sul tema la aumentano soprattutto quando spiegano che, essendo più pesanti dell'aria, le sostanze tossiche si depositano sul fondo delle trincee causando effetti spaventosamente letali.
Poi, però, la vita va in qualche modo avanti anche se ovviamente non può più essere come prima. Le risorse sono praticamente tutte destinate all'impegno bellico e di quattrini per altre cose ne sopravvivono ben pochi.
Per questo, dopo un po' di tempo, calmatasi un po' la sfuriata propagandistica pro guerra, ecco che sui giornali compaiono articoli che criticano la politica dell'Esecutivo che non tiene conto dei consumi senza i quali l'economia non può crescere: lo sviluppo, pur nelle condizioni drammatiche che vive un paese in guerra, non può esserci. Invece di incentivare in qualche modo la spesa dei cittadini, il Governo sembra che voglia fare di tutto per contenerla. Infatti, e da qui nasce l'accorata lamentela dei giornali spezzini del 1915 che immagino fosse protesta non limitata alla Sprugola ma fenomeno diffuso lungo tutta la Penisola, non fanno che aumentare tasse e balzelli. Sale il prezzo dei fiammiferi (allora si accendeva così), rincara il sale, aumentano i francobolli e non c'è franchigia per chi scrive al proprio caro al fronte. Su ogni reddito sottoposto all'imposta diretta c'è la soprattassa di 1 centesimo: poca cosa, dirai, ma aggiungila a tutto il resto e ti accorgi che anche quello è gravame che pesa. Non c'erano le macchine e allora ecco che ti tassano i velocipedi. Ogni tempo, insomma, ha la sua storia e le sue imposte. Così, leggo al computer un antico periodico spezzino di cento anni fa e mi sembra di tenere in mano il quotidiano ancora fresco di stampa!

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