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Le angustie del Natale in trincea

di Alberto Scaramuccia

Le angustie del Natale in trincea

- Dici dicembre e viene subito in mente Natale. Anche quando si è in guerra e si combatte duramente e si sente sulla pelle quello che la guerra vuole dire pur lontani dal fronte, a dicembre è Natale. Così, sulle pagine dei giornali che siamo abituati a vedere piene di editoriali seriosi e di commenti impegnati, nelle ultime settimane del 1915 leggiamo il desiderio di pace perché già da un po' avevano capito quanto il ginepraio dove s'erano cacciati costava loro in termini di vite umane, di risorse dilapidate, di sviluppo impedito. Ma è molto più difficile fare la pace che la guerra e così il cannone continua a rombare. Qua, distanti dal conflitto, la capiscono solo dalle lettere che vengono dal fronte. Quelle che leggiamo, pubblicate sui giornali, soggette alla censura, inneggiano alla giustezza dell'intervento, alla certezza della vittoria, alla bellezza dello scontro. Però, fra le righe, dai particolari che paiono insignificanti alle forbici del censore, senti il freddo, il vento, la neve, il sibilo incessante degli shrapnel, la precarietà dell'esistenza. Chi vive nelle lontane retrovie se ne accorge anche dalla richiesta continua di lana, di pelli di coniglio sulla cui preparazione si danno istruzioni dettagliate, dal censimento dei bovini perché serve la carne, ma le fattrici vanno preservate perché si sa quanto è utile il latte.
Poi senti forte l'impreparazione dello Stato che manda i giovani a rischiare la pelle senza dargli la possibilità di venderla bene. Per loro si preparano guanti, sciarpe, mutande, calze, maglie, camicie, caschi, pellicciotti. Si pensavano già pronti nei magazzini, si devono chiedere alla carità pubblica.
Qua alla Spezia si preparano 30mila scaldarancio, che manco sapevi prima che cosa erano.
Sono cubetti di 3, 4 centimetri di lato, fatti di carta di giornale pressata forte e poi imbevuti di sego. Quando in trincea devi mangiare, li incidi con una punta qualsiasi, baionetta o fil di ferro che sia, poi gli accosti una fiamma e bruciano. Tre o quattro bastano per far bollire mezzo litro d'acqua, dicono gli esperti. In un'epoca che non conosce la parola riciclo, è facile reperire la carta, ma l'altra materia prima, il grasso animale, non è altrettanto semplice da trovarsi. Si rivolge un appello accorato ed ecco che i macellai rispondono dichiarandosi disposti ad offrire quanto serve per quanto tempo durerà la guerra. Ma anche da questo capisci che lassù è dura indipendentemente da quello che sta scritto sulle lettere.
E allora evviva Natale che è la festa della pace e della serenità, le due cose di cui così tanto s'avverte la mancanza. I nostri cari non sono con noi, cerchiamo di sentirli vicini mandandogli il pacco di Natale: cioccolata, un dolcino, biancheria, un toco di sapone. Magari non andranno ai nostri cari, ma quelli che ne godranno sarà un po' come li avessero avuti loro: la solidarietà è il miracolo di una famiglia grande dove ci si stringe stretti per sentire meno freddo e provare meno paura.

Buon Natale a tutti.

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