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Le marine "pop" di Giuseppe Caselli

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Le marine "pop" di Giuseppe Caselli

- Quando, siamo alla fine dell’Ottocento, la Spezia capisce il suo ruolo istituzionale, ristruttura il suo assetto urbano. Fra le tante cose, si fanno correre al mare vie spaziose e parallele fra di loro: da viale Savoia (oggi è Amendola) fino a corso Cavour, l’asse principale. L’unica che si arresta a via fratelli Rosselli che fino al ‘45 era intitolata al Duca di Genova, è via Roma. Questa strada non prosegue la sua corsa fino in via Chiodo perché non c’erano i soldi per buttare giù e ricostruire. Nell’attesa di tempi migliori e più ricchi, tutto ancora ai giorni nostri è rimasto come una volta. Ecco così che se noi entriamo in alcuni caseggiati che si aprono su via Prione, al loro interno rivediamo uno scenario d’antan che ci riporta nell’atmosfera di una Spezia primitiva.
Qua dentro, in un appartamentino di due stanze, fino a quando non scomparve quasi ottantatreenne, tenne il suo studio Giuseppe Caselli, xilografo e pittore classe 1893. Era il figlio di un grande spezzino di adozione: il padre Carlo, infatti, originario di Guastalla, era tanto innamorato di questi luoghi che lo si può considerare sprugolotto a tutti gli effetti.
Pure Giuseppe era nato in Emilia, ma pure lui era così innamorato delle onde del mare e della loro spuma da farne protagoniste quasi indiscusse dei suoi dipinti e bene lo so io che sono cresciuto all’ombra di una tela che rappresentava il mare mugghiare nello scalo di Riomaggiore.
Il “Corriere Spezzino e della Lunigiana” gli dedica un’intervista nel febbraio del ’67, partendo proprio dal suo studio di via Prione (credo fosse al numero 165) immerso in quello che allora chiamavano casbah o quartiere abissino.
L’indecifrabile “Alga” che fa il pezzo, definendolo “pittore maledetto”, ricorda la sua grande maestria tecnica per cui dipingeva una marina in tre minuti o creava un paesaggio di Porto Venere ad occhi bendati. Tutta roba di maniera per cui spesso Caselli era rimproverato di volersi perdere dietro a prodotti solo “commerciali” a tutto scapito dell’impegno che gli avrebbe consentito di realizzare opere di ben diverso spessore. L’eloquente risposta dell’artista è che quel lavoro minimo tanto disprezzato gli consentiva di vivere e di dedicarsi poi nel tempo rimasto libero, ad una produzione diversa.
Caselli aveva risolto così quello che è il dramma di tanti pittori, dibattuti fra le esigenze del quotidiano e la volontà di fare cose che i contemporanei non capivano e di conseguenza non compravano.
Però, resta il fatto che per dare sfogo a quello che aveva dentro il Giusé s’era scelto un ritaglio de-a vecia Speza indove travagiae.

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