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Le "trei onse" dell'Ubaldo

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
Le "trei onse" dell'Ubaldo

- Abbiamo già detto del dialetto della Lagora e delle questioni che si porta appresso. Chi del paterno idioma volessi farsi un’idea, ha a disposizione i sonetti di Ubaldo Mazzini o, più semplicemente, può consultare il Dizionario spezzino che Franco Lena compilò e che l’Accademia Capellini ha con bella iniziativa digitalizzato per metterlo a disposizione di tutti sul web. Lì trovi le parole del passato idioma, da quelle che ancora talvolta ricorrono nel nostro lessico ad altre che magari suonano ostiche ad orecchie non avvezze ai suoni ancestrali. Ma sono parole tutte figlie di progenie che risale addietro negli anni: c’è goto, che ritrova l’origine nel latino gutta, goccia, ed un più arcano mandilo che a chi lo dici oggi, rischi di fargli sgranare gli occhi per la sorpresa manco fosse arabo. Era il fazzolettone che l’ava ponteva sul capo a ripararlo dalla pioggia o davanti all’altare, una parola che vanta una discendenza più che principesca, avendo origine nel crogiolo delle genti del Mediterraneo che con i commerci scambiavano anche parole. Così ne trovi presenze nel
latino classico e medievale, nel greco bizantino e in quello della Bibbia dei Settanta, in provenzale e in portoghese, nel castigliano dove è voce tuttora ben viva, fino ad annidarsi financo nell’idioma pre-indoeuropeo delle terre basche. Noi, meno prosaici, diciamo mantello, ma in tutti le parlate resta il significato originale di copertura.

Le parlate sono storia e saperle vuol dire conoscersi, sapere da dove si viene. Però, bisogna indagare se vogliamo apprendere la nostra origine. Noi siamo figli di una gran mescolanza: di stirpi, di dna e anche di idiomi che, non appena sì incontravano, non ci mettevano nulla a farsi lingua franca, parlata comune che non ci metteva nulla a soppiantare la precedente. Un settimanale del 1932 riporta un episodio in cui Ubaldo Mazzini, chiamato a giudicare un quadro che non
doveva andargli molto a genio, disse che a suo avviso al dipinto mancavano “trei onse”, tre once, di olio di ricino. Non conoscendo il dipinto, non possiamo dire se la sua opinione fosse giusta oppure no. Però, la cosa strana è che nel Dizionario spezzino in rete la parola onsa, che pure è viva nel genovese, non compare. Forse dimenticanza o forse non se n’è ritrovata traccia nei radi documenti scritti. Ma, allo stato delle cose, chi può escludere che il termine sia stato portato o anche solo rafforzato nell’uso dall’ondata migratoria che amalgamò nel quotidiano della parlata tante voci di diversa provenienza, cancellando parole, modificandone altre ma anche introducendone di nuove.

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